Senza guinzaglio – intervista a David Morettini

randagi

Senza guinzaglio

Intervista a David Morettini

di Stefania Cappellini

 

David Morettini è educatore ed istruttore cinofilo Siua. È laureato in filosofia teoretica presso l’Universita degli studi di Firenze con una tesi sull’uomo, la tecnologia e i sistemi ibridi come modello interpretativo della contemporaneità. Ha formato la propria esperienza professionale fuori dai campi di addestramento e dalle discipline sportive cinofile, lontano dal mondo dell’agonismo e delle mostre cinofile. Da questa esperienza deriva la sua filosofia d’integrazione totale dell’animale nell’ecumene umana. Da un punto di vista professionale la sua specializzazione sono i problemi comportamentali legati all’aggressività intraspecifica ed eterospecifica e le fobie sociali. Lavora a stretto fianco con i suoi cani, Mina e Ludo.

Una versione ridotta dell’intervista è stata pubblicata su «Liberazioni» n. 24.

Nella tua presentazione sul sito SIUA si legge: «Il suo campo di battaglia formativo sono stati i parchi, le spiagge, le strade di città, la vita collettiva e di branco». E’ interessante parlare di randagi, credo, perchè si parla tanto di coevoluzione, ma l’accento viene posto più che altro su una sua specifica forma, la convivenza nelle famiglie umane, dove i cani sono comunque proprietà. E’ possibile uno scambio paritario a queste condizioni? La coevoluzione non rischia di ridursi a un processo di uniformazione unilaterale, in cui a “loro” è sempre richiesto di adeguarsi al “nostro” mondo, ma raramente accade l’inverso? Pensi che si possano fare al mondo umano richieste più radicali di quelle che fa la cinofilia oggi?

Oggi, quando si parla di “cane” è necessario chiarire che cosa si intende. Nella nostra mentalità occidentale, quando in cinofilia parliamo di cani/e stiamo parlando in realtà dei pet che vivono in famiglia. Ed è con i pet che lavorano l’educatore e l’istruttore cinofilo. Su 400 milioni di cani nel mondo, i pet non ne rappresentano nemmeno il 20%. Non solo: studi effettuati utilizzando la risonanza magnetica hanno mostrato che i pet, a differenza dei randagi, hanno maggiormente sviluppato regioni cerebrali utili ad interpretare il linguaggio umano. Inoltre, a mio parere, i pet hanno anche una maggiore possibilità di comunicare con gli altri cani, non tanto a livello di pattern comunicativi, quanto in termini di frequenza, durata e intensità. Questo perché sono più frustrati a livello di relazioni intraspecifiche che, pur essendo maggiori a livello quantitativo, non soddisfano l’esigenza di comunicare all’interno del proprio gruppo affiliativo. I pet cercano quindi di comunicare all’interno del proprio gruppo con l’umano, il quale però non comprende il loro linguaggio. Si può dire che i cani che vivono in famiglia compiono sforzi enormi per comprenderci, ma che l’inverso non accade. I cani di famiglia hanno una dimensione comunicativa sociale frustrata. Questa frustrazione li porta a incrementare i propri pattern comunicativi nell’incontro con i cani estranei e ad avere una modalità comunicativa più accesa e più tesa con i cani estranei. Se è vero che i pet hanno maggiori potenzialità nella relazione con gli umani, è anche vero che questi ultimi non capiscono il linguaggio dei cani, non reciprocano il loro sforzo. Sarebbe invece possibile raggiungere livelli di “appagamento” soddisfacenti se le persone capissero quanto i loro cani comunicano innanzitutto attraverso la dimensione della libertà. Senza la libertà nessun processo di integrazione umano-cane può realizzare un appagamento relazionale. Inoltre, è necessario sapere come comunicano i cani: anche persone che vivono da anni insieme a loro possono equivocare i loro comportamenti. Accettare la libertà del cane significa mettere in discussione tanti valori sociali. Ad esempio, l’ideologia dell’igiene non favorisce una modalità di relazione di tipo non vessatorio e paritario: la persona che pulisce maniacalmente le “zampine” al cane tutti i giorni e gli impedisce di sporcarsi, non consente lo sviluppo di una relazione paritaria. Pertanto, penso che i pet possano star bene in una situazione eterospecifica, ma a condizione che vi siano libertà, capacità di comunicare e di riconoscere i cani nella loro autonomia ed intelligenza. Oggi, al contrario, inibiamo i cani, anche quando non siamo apertamente vessatori: non li liberiamo, non li lasciamo accoppiare, non lasciamo loro vivere una dimensione sociale soddisfacente. Non facciamo che inibirli, con i recinti, con le aree per cani. E quando li mettiamo insieme non lo facciamo nella maniera corretta.

 

Forse portando avanti questo discorso si potrebbe rimettere in gioco il disegno dell’ambiente urbano e in generale il nostro modus vivendi. Ad esempio, ripensare il fatto che la porta di casa possa essere lasciata aperta, o ripensare al ruolo delle auto, delle strade, rimettere in discussione la velocità…

Sarebbe bellissimo cercare di rispettare veramente l’idea di cane libero e autonomo. Questo sarebbe possibile in situazioni dove l’ambiente sociale, a prescindere da quello architettonico, è in grado di accogliere questa idea. I cani sono in grado di integrarsi nel territorio, ma ci vuole un tessuto sociale in grado di accogliere. Purtroppo, però, la possibilità di lasciare la porta aperta non può dipendere dai cani, perchè i cani sono l’espressione del modo in cui funziona il tessuto sociale. Quando le cose funzionano, almeno in parte, è possibile vedere cani liberi, e tuttavia questo deriva dal fatto che dove ci sono cani liberi ci sono dei rapporti sociali fra le persone che abitano quel territorio. Al sud o nei paesi è così: spesso trovi cani di proprietà ma che vivono liberi, cani di proprietà non custoditi. Si tratta di situazioni in cui la realtà sociale, con tutti i suoi aspetti negativi, è più viva rispetto a quella di un condominio dove non conosci quello che sta al piano di sotto (e se non lo conosci, la porta non la tieni aperta…).

 

Quando ho partecipato a “Dimmi chi sei” sono rimasta colpita dalla tensione alla libertà che ho percepito nel tuo lavoro con i cani e nel tuo modo di guardarli. Come intendi la libertà nella relazione con i cani?

Credo che per rendere libero un cane devi fargli sentire chiaramente che è dentro a un gruppo in cui possiede un ruolo, uno status, in cui esistono delle regole sociali. Le persone evitano di liberare il proprio cane, e con questa pratica esprimono, tra le altre cose, l’incapacità di collocarlo appieno nella loro vita, il fatto di non credere nella sua intelligenza. Se una persona non lascia il proprio cane libero sul marciapiede è anche perchè non ha mai creduto che il cane ce la potesse fare. Inoltre, in casa gli ha concesso di fare una serie di azioni senza chiedersi che significato avessero. Se un cane abbaia, c’è un significato: il proprietario dovrebbe preoccuparsi, oppure riconoscere il significato; invece spesso le persone semplicemente ignorano alcuni comportamenti, non intervengono neanche sui comportamenti dei cani e, dunque, non fanno passare alcune idee necessarie su come si debba stare dentro a un gruppo sociale. La libertà è anche dare importanza alla convivenza, rispetto reciproco, anche di alcune regole, autodisciplina del gruppo. Spesso, per fare questo, non servono esercizi particolari.

 

Grazie all’affermarsi del cognitivismo, la cinofilia ha operato senza dubbio una svolta in senso antiautoritario, che comprende la considerazione dei cani nella complessità della loro persona. Diventa centrale il riconoscimento di una volontà e di una capacità di scegliere. In un mondo antropocentrato vi sono però purtroppo scelte che i cani non possono fare. E mi sembra che talvolta la cinofilia li spinga a prendere decisioni già stabilite a priori: penso ad esempio al metodo di insegnamento degli “autocontrolli” e del “no gratificato”. Ciò che viene chiesto ai cani è di “fare la scelta giusta”, di “essere spontanei”. Alle orecchie di un cognitivista potrebbe suonare un campanello d’allarme. Si tratta di situazioni da “doppio legame”? Pensi che ci siano casi in cui è meglio un obbligo dichiarato apertamente come tale? vale talvolta la pena di rischiare per lasciare i cani liberi di scegliere per davvero, qualsiasi sia la loro scelta?

Credo che esistano vincoli sociali da rispettare. Io stesso chiedo al mio cane di non avvicinarsi a un altro cane anche se non è al guinzaglio e magari per farlo devo alzare il tono di voce. I cani vivono alcune situazioni con sbalzi emozionali; anche il fatto di svolgere un semplice esercizio può venir collegato da parte del cane a una performance. Per via del suo rapporto coevolutivo con gli umani, i cani tendono a esaltarsi nella performance, ma nella dimensione sociale hanno bisogno di comunicare (uso della voce, posture, ecc.). Il fatto di suggerire una scelta “giusta” costituisce un limite per i cani, ma spesso è necessario dire loro che cosa fare, perché il “proprietario” rappresenta colui che media rispetto ai processi sociali. Tuttavia, ciò non si insegna attraverso degli esercizi. Non credo sia di per sé autoritario pensare che esistano situazioni in cui devi scegliere al posto del cane, ma affinché raggiunga una certa consapevolezza lo devi lasciare sbagliare. In effetti, mi pongo ogni volta la domanda se lasciarlo scegliere veramente, cioè se lasciarlo sbagliare o suggerirgli la scelta da compiere. Credo che avere un buon rapporto con il cane significhi capire le situazioni di volta in volta: quando lasciarlo sbagliare, quando lasciargli compiere una scelta; dire, tendenzialmente, che cosa è opportuno fare e al contempo lasciare la possibilità di sbagliare. È possibile invece lasciargli sempre scegliere cosa fare; ma in questo caso bisogna conferirgli uno status diverso, il che significa, ad esempio, accettare che fin da piccolo si possa cacciare davvero nei guai. Si tratta di uno status sempre più raro. Non solo: per alcuni cani questo può anche rivelarsi uno status non adeguato perché, anche per motivi di selezione genetica, molti cani hanno difficoltà a scegliere autonomamente.

 

A proposito di complessità della persona-cane, una riflessione spesso trascurata su una pratica molto utilizzata è quella sul cibo come gratificazione / marker positivo. Tralasciando per ora la questione del condizionamento in generale, ho la sensazione che il fatto di finalizzare troppo spesso i propri sforzi al cibo – o anche solo di riceverlo sempre come marker positivo – renda quest’ultimo via via la principale ragione di vita, su cui riversare le proprie frustrazioni e la propria vita interiore. Se parlassimo di umani, penseremmo subito all’ambito dei disturbi alimentari come anoressia e bulimia. Non voglio certo demonizzare l’uso del cibo in assoluto, ma la superficialità con cui talvolta si decide di usarlo mi sembra problematica. Pensi che anche per quanto riguarda i cani queste prassi possano portare a sviluppare ossessioni per il cibo (fino alla bulimia stessa o al disturbo da abbuffate compulsive)? In che modo hai utilizzato il cibo durante il tuo lavoro? Anche secondo te il cibo è la risorsa primaria per i cani?

Condivido pienamente le tue perplessità. Il comportamentismo è stato la linea guida per l’addestramento del cane visto come un “essere stimolo-risposta”. Per questo, il cibo è stato considerato un elemento positivo. Nel mio lavoro ho messo radicalmente in discussione questo elemento: anche se ho frequentato scuole che usavano il cibo, io non l’ho quasi mai usato. A partire da ciò, ho concluso che il cibo non è uno strumento valido per relazionarsi con i cani. Da un punto di vista etologico sono sempre più convinto che il cane non derivi dal lupo, ma da un processo di domesticazione che ha prodotto una forma di vita, quella del “lupo-spazzino” che spende tante delle sue energie per la ricerca del cibo. Rinforzare comportamenti relativi al cibo ha per noi un valore intellettuale (dare un’attribuzione positiva a una risposta che i cani danno allo stimolo proposto), ma in realtà, quando facciamo questo, stiamo semplicemente accendendo il desiderio per uno dei loro maggiori scopi di vita. Pertanto, questo tipo di uso del cibo conduce a ossessioni, proprio perché i cani sono già sensibili a tale aspetto dal punto di vista etologico. Ad esempio, non ho mai insegnato attraverso il cibo l’uso dei segnali come “fermo”, “vicino a me”, “aspetta”. Certo, perché i cani si siedano a terra, è possibile far leva sul cibo. Tuttavia, non credo che esistano esercizi che si possono fare con il cibo affinché i cani apprendano come vivere con un umano, come stare in casa, come uscire, come comportarsi al guinzaglio, come relazionarsi con gli altri cani, come andare in libertà,. Il richiamo è l’espressione più evidente di quanto detto: rinforzare un cane con il cibo affinché torni. Forse si può fare nei primi due mesi di vita, ma poi è assurdo. Il cane si muove con il “proprietario” e, quando si allontana, dopo un po’ torna; risponde anche a un segnale, ma lo fa molto spontaneamente. E naturalmente, occorre tenere in considerazione anche la variabilità genetica. Tanti cani scaricano le frustrazioni sul cibo, la noia ad esempio; in altri cani, invece, la frustrazione della motivazione perlustrativa o esplorativa ha molto a che fare con l’uso dell’oralità e la ricerca del cibo.

Il cognitivismo è un metodo e in quanto tale non credo che possa esaurire nessuna relazione. Ma se è vero che è fondamentale saper andare oltre al metodo, è anche importante potervi attingere per aprire delle finestre e creare dei ponti. Non tutti i metodi però si equivalgono e il condizionamento è la negazione del soggetto. A volte ho l’impressione che si faccia del cognitivismo un bollino da esibire, talvolta a livello più formale che sostanziale; che la linea di distinzione fra cognitivismo e behaveourismo sia tirata in modo pretestuoso ora troppo avanti, ora troppo indietro, e che aleggi un po’ di behaviourismo travestito da cognitivismo. Che ne pensi?

Sì, sono d’accordo. L’evoluzione culturale finora prevede di basarsi su quello che è venuto prima, e prima avevamo il behaviourismo, con i concetti di stimolo-risposta e di rinforzo positivo / punizione negativa. Le metodiche che l’approccio cognitivista ha assunto derivano dal patrimonio comportamentista, e questo significa che, senza una chiarezza teorica e di vissuto pratico nella relazione reale, il cognitivismo diventa null’altro che un “gentilismo” estremo. Dal punto di vista strettamente tecnico, per insegnare delle procedure al cane, sotto alcuni punti di vista il behaviourismo fornisce strumenti più precisi rispetto all’approccio cognitivo. Un esempio banale: nel cognitivismo si usa comunque il clicker, ma senza la capacità di usarlo come lo usa un behaviourista, e al tempo stesso senza la capacità di usarlo in modo radicalmente diverso. Alcune metodiche usate nei corsi per educatori che ho usato anche io mutuandole da altri sono purtroppo un’eredità pesante del behaviourismo. Nella mia professione non uso quasi mai quegli esercizi, se non in misura minima e per costruire situazioni didattiche che siano comprensibili anche ai proprietari; e, in ogni caso, il loro utilizzo deve essere introdotto sulla base di una lettura precisa del soggetto, dal punto di vista sociale, emozionale e quindi caratteriale, per vederne l’adeguatezza. Questo perchè molti esercizi – anche se appresi nei percorsi di approccio cognitivo – devono essere riletti dal punto di vista della comunicazione dei cani, facendo cioè attenzione non solo ai comportamenti, ma anche alle intenzioni dei cani. Per esempio, quando si chiede a un cane di stare davanti alla ciotola e aspettare seduto fino all’”ok”, bisogna considerare che il “seduto” è per molti cani, dal punto di vista comunicativo, anche un’espressione di forte controllo: si pensa di rinforzare l’apprendimento di una regola sociale, ma si trascurano altri aspetti importanti (per esempio non si lavora mai sul concetto di spazio su cui un cane basa le sue regole sociali). In tal senso, molti esercizi andrebbero rivisti sulla base di una maggiore lettura della comunicazione e delle intenzioni di un cane.

“Libertà al guinzaglio”: un ossimoro reale o solo apparente?

Il guinzaglio, se consideriamo il modo in cui viene usato oggi dalla maggiorparte delle persone, è uno strumento di frustrazione. Se saputo usare veramente bene, può essere anche una forma di guida importante, soprattutto per un pet, o per un cane che vive alcuni stati emozionali in maniera particolarmente pesante. Penso che si possa comunicare e avere sintonia, allineamento, anche con un cane al guinzaglio, anche se per come è gestito dalla maggiorparte delle persone credo sia uno strumento di frustrazione forte. C’è una dimensione possibile di rispetto, di autonomia e di libertà che si esprime al guinzaglio, anche se è molto difficile che ciò avvenga, perchè è necessario conoscere molto bene la comunicazione del cane e i suoi stati emozionali. I miei cani, per esempio, non escono mai al guinzaglio, non lo mettono mai, se non per salire sul traghetto o in metropolitana, in situazioni in cui mi è formalmente richiesto, in cui glielo metto perchè sono obbligato anche se potrei farne a meno, oppure quando personalmente ho bisogno di non dover mantenere troppa attenzione su di loro. Ma in generale, in canile o con i cani di proprietà il guinzaglio è necessario. Il guinzaglio è espressione della relazione: se c’è un’ottima relazione non ce n’è bisogno, se non c’è un’ottima relazione ce n’è bisogno. E in questo secondo caso, è importante saperlo utilizzare bene affinchè sia possibile non usarlo più.

 

La cinofilia considerata oggi più avanzata – gli approcci cognitivo-zooantropologici – si propone in sostanza di facilitare la comunicazione e la relazione umano-cane. Mi sembra tuttavia problematico il riferimento alla “buona cittadinanza” (come sai, esiste anche un progetto che si chiama proprio così, ma non è tanto a quello che mi riferisco quanto piuttosto ad una tendenza assimilazionista diffusa). Forse a me sembra problematico perché in generale mi stanno più simpatici i cattivi cittadini…

Penso ai migranti, che con la loro stessa presenza pongono dei problemi sociali che nessuno vuole realmente affrontare: il discorso “di destra” parla il linguaggio dei respingimenti, delle espulsioni, del capro espiatorio; il discorso “di sinistra”, talvolta in buona fede proprio come i cinofili “assimilazionisti”, parla di soggetti addomesticabili, economicamente vantaggiosi, contenti di fare qualche lavoro socialmente utile e soprattutto che non rompono le scatole. Da anarchica, non posso non pensare alla cattiva cittadinanza come forma di resistenza, e all’integrazione come forma paternalistica di produzione di soggetti docili. Si può pensare qualcosa del genere anche a proposito dei cani? Credi che possa esistere una cinofilia che non miri, sotto sotto, ad assimilare i cani alle norme umane? In che modo? E’ possibile riconoscere, anche per i cani, nella cattiva cittadinanza una forma di resistenza? Probabilmente i randagi hanno molto da dire…

Condivido il paragone che hai fatto, e direi che sarebbe proprio il caso di entrare nel merito di quanto questo ci suggerisce dal punto di vista etico e politico. Sono d’accordo con la tua critica al concetto di cittadinanza in quanto legato al concetto di democrazia. Uno dei riverberi più forti che si riscontrano nella cinofilia, e nell’ambito del mondo animalista, è un certo pietismo; la tutela del cane che molti animalisti intendono, ad esempio, come “vittima”: «Il cane randagio, poverino, va salvato», nel senso che andrebbe inserito in una relazione in cui dovrebbe essere tenuto al guinzaglio, in cui dovrebbe incontrare cani estranei senza capirne il linguaggio. Considero questa una forma gravissima di oltraggio alla libertà di un soggetto che fino a prova contraria vive e nasce libero, anche se poi si trova a dover convivere con l’umano. A maggior ragione se si pensa che da una parte ci sono i cani di villaggio, i cani di quartiere o i randagi e dall’altra ci sono i pet, che sin da piccoli vengono presi e messi in casa, fatti vivere in condizioni di limitazione di libertà o, si potrebbe dire, di maggiore “internità” alla relazione con gli umani. Lo status dei cani è comunque anche quello di animali liberi. Per questo, nel vederli liberi, stare per strada, scegliere i posti dove dormire o i posti da frequentare, non vedo una mancanza di cittadinanza, vedo invece una cittadinanza piena. Al contrario, vedo cani che vogliono diventare certificabili o che aspirano ad essere dichiarati concittadini, ma che in realtà sono cani frustrati dal punto di vista sociale, sbilanciati dal punto di vista relazionale, dell’affettività o dell’estetica: in questo essere concittadini non c’è rispetto della soggettività. Avremmo bisogno di «buon silvestri a due zampe», come dice Marchesini, piuttosto che cani buoni cittadini. Bisogna far sì che le persone riadeguino il proprio contesto sociale, le proprie abitudini e anche il proprio desiderio di cambiamenti urbanistici, pretendendo spazi in cui si possa vivere diversamente la relazione con i cani, ma anche con gli altri umani. Questa cittadinanza fa un po’ ridere; io non credo nel concetto democratico di cittadinanza, figuriamoci quando si tratta di cani…

 

A proposito, io detesto la fissazione di raccogliere le cacche da terra, perché il mondo che mi immagino è un mondo che prevede che ci siano le cacche dei cani sui marciapiedi. Insomma, auspico che i cani non siano sempre con qualcuno appresso con il sacchettino a tirar su la loro merda e, insieme ad essa, a rimuovere la loro presenza e i suoi segni tangibili. Tu che cosa ne pensi?

Una cosa interessante è che osservando città in cui ci sono randagi presenti sul territorio e in cui non ci sono cani al guinzaglio non vedrai mai cani fare la cacca sul marciapiede: se un cane vive libero la fa in posti “idonei”, dove probabilmente non passano umani: luoghi non frequentati e possibilmente a prevalenza erbosa, in cui gli escrementi possono essere facilmente assorbiti. Se tieni il cane al guinzaglio, lo pieghi ai tuoi percorsi e non a quelli che potrebbe fare. In effetti, i cani ti proiettano in una dimensione che è analoga alla deriva psicogeografica situazionista: è possibile attraversare le città secondo traiettorie e ambienti che non sono quelli che l’urbanistica ha disegnato per il passaggio pedonale o delle auto. Se deve attraversare un ambiente, un cane probabilmente passa per luoghi che tu non attraverseresti con l’auto o a piedi; a volte lasciarsi guidare dal proprio cane in questi percorsi è uno dei modi più entusiasmanti di vivere la città. Il “proprietario medio” scende sotto casa; per lui andare in passeggiata con il cane equivale a fare un giro intorno al palazzo dove vive, mentre il cane, se fosse libero, non andrebbe lì. Quindi, si vengono a sovraffollare punti in cui i cani, invece di marcare correttamente il territorio, cagano su una miriade di odori di altri cani: si crea così un sovraffollamento di escrementi che è l’espressione della frustrazione sociale a cui consegniamo i nostri cani. In queste condizioni, la merda va raccolta, benché ovviamente ci possano essere punti in cui sia possibile non farlo, anche in città. Neppure nelearee cani ha senso che tutti defechino, perché i cani percepiscono questo luogo come un cesso e quindi non desiderano più giocarci, probabilmente proprio perché c’è l’odore di troppi cani. Del resto, quando in città non c’erano auto ma maiali ed asini, c’erano escrementi ovunque e questo non costituiva un problema, come oggi non costituisce un problema lo smog dell’auto in sosta mentre stai parlando per strada con una persona. In questo senso, l’ossessione per la raccolta della merda di cane nasconde una buona dose di ipocrisia.

 

Forse lo stesso uso del termine “educatore” tradisce alcuni intenti non dichiarati del discorso cinofilo, per quanto il verbo “educare” non venga inteso esclusivamente nel senso corrente di “rendere educato”, ma più spesso nel senso maieutico (“ex-ducere”). Se è vero che il primo significato si commenta da sé, forse il “tirar fuori ciò che uno ha dentro” presuppone un’essenza alla base di ogni soggetto, un nucleo predeterminato che mal si concilia con l’idea di un soggetto che emerge dalle esperienze. Non sarebbe meglio cominciare a ripensare il ruolo della cinofilia come ruolo di mediazione fra due culture con pari dignità?

È difficile dirlo. Nella mia dimensione lavorativa, educare significa far comprendere al proprietario che cane ha, che tipo di cane, chi è, che emozioni vive, come si comporta, quali sono le sue intenzioni, e quale potrebbe essere il suo ruolo sociale. I cani hanno bisogno di stare in un gruppo sociale in modo armonico, sanno distribuire le proprie funzionalità in modo armonico rispetto all’esistenza del gruppo, e quindi ci sono alcuni cani che tendono ad avere certi ruoli e atteggiamenti sociali e altri che ne hanno altri; se stessero liberi li esprimerebbero facendo fiorire la diversità, una diversità funzionale al loro vivere sociale. L’aspetto maieutico dell’educazione, qui, consiste nel mettere in evidenza questi aspetti e nel far esprimere il cane a livello sociale sulla sua dimensione. Per esempio, può darsi che un cane sia un individuo che gestisce i rapporti sociali, lo spazio, il possesso, parte del suo territorio; o che un altro sia un cane che vigila sul territorio, o che sia più reattivo, o predatorio, ecc. Si tratta di tendenze che si sviluppano in un branco: nei piccoli branchi di randagi si osserva una distribuzione di caratteri funzionale a ricoprire determinati ruoli sociali. Occorre quindi far capire al proprietario chi è quel cane e come ha bisogno di comunicare, come va sostenuto, lasciato esprimere o invece guidato; portare in evidenza questa parte della soggettività.

In questo senso, più che tirar fuori qualcosa dal cane questo significa aiutare la relazione a non “incastrare” il cane.

Sì, significa fargli scoprire il suo talento, le sue motivazioni, le sue tendenze, le sue domande al mondo. Significa capire chi sono i cani e lasciar loro esprimere una parte buona della loro socialità, oppure proteggerli da una dimensione sociale che talvolta gli pesa, e vivere in modo più intenso la relazione con la persona / le persone. Si tratta di scoprire chi hai davanti per metterlo nelle condizioni di vivere. Pertanto, sì, l’educatore è un mediatore culturale: cerca di spiegare al cliente umano qual è il modo di ragionare di un cane.

E non c’è il rischio di intendere l’educatore come una figura che risolve i problemi e inquadra il cane in una situazione?

Certo. Evitarlo è uno degli aspetti più difficili di questa professione. Anche perchè si tratta di un meccanismo di deresponsabilizzazione che proietta il cane fuori della relazione. I clienti pensano ci sia una tecnica facile da apprendere per risolvere il problema, e il problema diventa dell’educatore (il che diventa anche un ricatto professionale). Ma l’educatore non è colui a cui consegnare il problema. Anche se nell’approccio cognitivo-zooantropologico critichiamo il metodo addestrativo della “consegna del cane”, di fatto spesso ci facciamo buttare addosso il problema consegnandoci al fallimento. Dobbiamo invece far sempre capire al proprietario che il problema è suo e deve comprenderlo, cioè che deve comprendere che cosa il cane comunica.

 

Una contraddizione che mi sembra assolutamente centrale nella riflessione politica sui cani è quella che riguarda l’allevamento. Se da una parte la cinofilia di stampo cognitivo-zooantropologico sta spingendo in modo dirompente nella direzione di riconoscere ai cani lo status di persone a tutti gli effetti, dall’altra sembra proprio non riuscire ad elaborare una critica al regime di biopotere che li opprime, alla gestione puntuale e capillare dei loro corpi. Si sente spesso parlare di “allevamenti buoni”…

Personalmente non ho mai desiderato comprare nè un* fidanzat* nè un* figli*, e credo che siamo tutti d’accordo che non si tratti di una mia peculiarità, né di una mia particolare filosofia di vita. Perché mai per un cane dovrebbe essere diverso? Mi pare difficile considerare fino in fondo compagno di vita qualcuno che abbiamo scelto dal catalogo. E non è chiaro che cosa ci conferisca il diritto di scegliere con chi qualcun altro debba avere rapporti sessuali. O forse i cani non sono del tutto “qualcun altro”… Che cosa impedisce al mondo cinofilo di prendere le distanze dal mondo dell’allevamento, o almeno di interrompere i rapporti con questo?

Secondo me, il motivo è esclusivamente politico ed economico. Oggi il mondo dell’allevamento rappresenta l’interlocutore principale delle istituzioni politiche. Gli allevatori sono stati i primi ad organizzarsi nell’ambito della cinofilia: le associazioni degli allevatori hanno creato l’ENCI, ente nazionale a cui tutti i cani di razza devono essere iscritti per essere riconosciuti. C’è un circuito economico, è evidente: credo che il mondo cognitivo non rompa con queste situazioni per una sorta di rapporto di buon vicinato. Dal mio punto di vista sono assolutamente deprecabili quasi tutti gli allevamenti, perché di sicuro non rispettano il benessere, la libertà e l’autonomia del cane che, come abbiamo detto, sono un presupposto fondamentale per costruire una buona relazione. Penso che nella maggior parte dei casi la segregazione genetica sia un vero e proprio maltrattamento. Tuttavia, sul concetto del cane di razza bisogna fare chiarezza dal punto di vista etologico. Credo che non possiamo contrapporre cani di razza e cani meticci, schierandoci apertamente con i secondi. Io voglio piuttosto comprendere meglio da dove arriva il cane di razza e perché sia stato elevato da un punto di vista politico e sociale nonché nella rappresentazione delle persone al rango di cane con la C maiuscola, mentre il cane randagio, il cane meticcio, il cane di villaggio sono diventati dei suoi surrogati. Questo oggi è abbondantemente smentito dall’etologia. I cani di razza derivano dai meticci, dai randagi, dai cani di villaggio. Il primo passo per combattere il mondo dell’allevamento, in quanto mondo di pressione e segregazione genetica, consiste nel chiarire a noi stessi da dove viene il cane di razza in senso etologico. Il cane di razza è un’invenzione recente rispetto al cane di villaggio. Il cane di razza non è il cane per eccellenza e il meticcio una sua degenerazione; al contrario, è il cane di razza ad essere la degenerazione dell’etologia del cane, frutto di una pressione genetica basata sul maltrattamento e su un’elevata specializzazione. In questo senso, dobbiamo assegnare al cane di razza un valore diverso. Finché un cane è destinato a svolgere un compito con un pacchetto motivazionale ben inquadrato e facile da esprimere, anche una selezione genetica può essere utile per una performance cooperativa con l’umano. È necessario comunque ribaltare il rapporto storico fra cane di razza e meticcio, anche se il rapporto inverso ha avuto un senso in passato. L’allevamento si è ridotto all’estetica, non a caso. Esistono allevatori di cani da caccia, soprattutto inglesi, che non selezionano il beagle, ma una serie di segugi che poi assomigliano più o meno a dei beagle e che sono in grado di svolgere quel lavoro in quel contesto geografico, culturale e ambientale. Pertanto soprattutto chi necessita di un’alta specializzazione selettiva sui cani non lavora sull’estetica, sul cane con il pedigree. Quanto agli allevamenti, ci sono quelli che lavorano con finalità puramente estetica, presupponendo una purezza genetica che non esiste (il “cane” è espressione di una multiformità genetica che deriva dai randagi e dai cani di villaggio): ciò che li rende possibili è sbagliato in sé.

 

Nel fare questo, però, ci sentiamo in diritto di gestire la vita dei cani, che sono a tutti gli effetti proprietà, al punto che, ad esempio, decidiamo con chi e quanto debbano scopare…

Hai in qualche modo ragione, soprattutto oggi con l’allevamento su base estetica, in cui non si rispettano i termini dell’accoppiamento – anzi, si usa la fecondazione artificiale – e non viene curato l’aspetto del rapporto di coppia e della cooperazione dei genitori nell’educazione dei cuccioli. Quindi, se parliamo dell’allevamento occidentale odierno, concordo pienamente perché si tratta di un meccanismo di segregazione genetica e in parte di maltrattamento. Tuttavia, credo ci sia la possibilità di selezionare dei cani in un modo diverso, in un modo non guidato dall’estetica ma dalla necessità di svolgere funzioni cooperative e utili per la popolazione umana.

 

Inoltre la selezione dei riproduttori ha lo scopo di produrre cani che abbiano un preciso DNA… questa pratica ha un nome poco rassicurante: eugenetica. Senza considerare il fatto che questo patrimonio genetico si sostanzia – oltre che in un indebolimento globale e talvolta in una conformazione fisica disfunzionale – in uno squilibrio motivazionale, specifico per ogni razza, tale per cui i soggetti hanno la tendenza a sviluppare vere proprie ossessioni. E anche questo effetto della pratica eugenetica ha un nome: maltrattamento genetico. Se lasciassimo liberi i cani di avere rapporti come, quando, e soprattutto con chi desiderano, nel giro di un paio di generazioni non avremmo probabilmente più nemmeno un cane di razza. Pensi che esista qualche ragione accettabile per non lasciare semplicemente che ciò accada? Anche la difesa della razza pura ha un nome, ed è piuttosto inquietante. Perchè spesso la stessa cinofilia di fatto sostiene e promuove l’eugenetica anziché combatterla come il peggior nemico della relazione fra umani e cani?

Quello della razza pura è un mito, come per gli umani, del resto. Ci siamo inventati delle caratteristiche senza senso, a volte, per operare selezioni. E poi, banalmente, questi concetti sono tutti costrutti teorici, antropocentrici, che non partono da un’analisi reale della coevoluzione uomo-cane. La razza pura è un concetto senza fondamenti, oltre che da respingere dal punto di vista ideologico.

 

Anche io come te sono un po’ allergica alle discipline sportive cinofile. Se ne sente spesso parlare come opportunità di scambio e di collaborazione. A me viene da chiedermi se questo non sia un po’ il cavallo di troia con cui far rientrare la performatività dalla finestra dopo averla cacciata dalla porta…

A me piace giocare e mi piace lo sport: non penso sia un disvalore. Tuttavia, dubito che per il cane siano davvero sport quelli che abbiamo concepito per lui, cioè essenzialmente l’obiedence, l’agility e l’utilità e difesa. Poi ora, piano piano, emergono fuori altre discipline, tutte però legate a queste tre. Non vedo in queste discipline qualcosa di particolarmente positivo. Gli aspetti critici di questi sport sono legati in parte al concetto delle razze. Ci sono razze, come i Border Collie, che tendono ad essere maniacali, e noi continuiamo a prendere i Border Collie o cani con caratteristiche da cani conduttori e li mettiamo in città, dove avranno una vita schifosa; la maniacalità che tenderanno ad avere dovrà essere canalizzata da qualche parte, ed ecco che ci si inventa l’agility. Posso dare un valore a queste discipline partendo dal fatto che facciamo fare ai cani delle vite di merda (e le facciamo noi stessi): così come tu che non fai movimento decidi di andare in palestra e stai sul tapis roulant a correre o a fare pesi, per i cani ci siamo inventati questi giochetti, che però sono in fondo un’ipocrisia, dato che abbiamo creato una dimensione di vita pessima per i cani. Se stiamo parlando poi di gare, è ancor più chiaro che stiamo parlando di una dimensione che per me non ha senso avallare. Non mi ci sono mai cimentato; ho provato a comprenderne il valore, ma non mi appassiona per niente, nonostante io ami profondaemnte lo sport, perchè per i cani si tratta esclusivamente di mettere in atto una maniacalità. Inoltre, come ci sono le persone che si costruiscono la moto da gara, ci sono quelle che si costruiscono il “cane da gara”. Non è un caso che ci sia una settorializzazione delle razze rispetto allo sport: l’agility si fa con il Border Collie, l’attacco e difesa si fa con il pastore tedesco, il Malinois e il Rottweiler, l’obedience si fa con il Malinois, il Boucheron, il Border o altri; e torniamo al concetto deprecabile dell’allevamento. Detto questo, è possibile fare attività sportive/ricreative con il cane, ma di sicuro non sono queste. Ci si può divertire con un cane che ha tendenza predatoria o con un segugio a perdersi in un bosco e andare “a caccia”, senza fucile, senza voler uccidere e portare a casa una preda. Per me il cane si diverte in queste attività; se vedo una dimensione sportiva, ricreativa, di performance, la vedo nel senso di ciò che il cane “naturalmente” vuole fare. Ora usiamo criteri di selezione “spinti”, stile ENCI, facciamo fare vite omologate a tutte le razze, e quindi ci siamo inventati questi sport che per me sono più per l’essere umano che per il cane.

 

Hai scritto che «dobbiamo ammettere […] che facciamo molto fatica a descrivere il nostro cane e i cani in generale in termini di soggettività. Soprattutto gli addetti di settore cadono nel tranello delle categorie ed utilizzano spesso termini a sproposito come: fobico, deprivato, aggressivo, categorie che hanno a che fare con la nomenclatura delle patologie mentali. Oltre ad essere cognitivo, il mio approccio al cane è assolutamente antispichiatrico». Quali aspetti della cinofilia ti sembrano riproporre qualcosa di analogo al paradigma psichiatrico? In che modo sei stato influenzato dall’antipsichiatria nel tuo lavoro?

Sono stato influenzato dall’antipsichiatria per via dei valori con cui sono cresciuto negli ultimi venti anni, per i miei percorsi culturali e perché credo in quello che è stato il suo impatto positivo sulla società. Parto dal presupposto che «dietro ogni scemo c’è un villaggio»[1] e che non c’è uno scemo del villaggio. I cani, che sono esseri sociali e fortemente contestuali, hanno bisogno di essere compresi invece che etichettati. Possiamo trovare un cane pauroso nei confronti di alcune persone o ambienti che collocato in un ambiente favorevole risulta perfettamente integrato. Non è possibile definire questo cane “fobico”; si tratta solo di un cane in estrema difficoltà in un contesto per lui sbagliato in cui lo abbiamo messo noi forzatamente. Analogamente, l’aggressività è un concetto relativo e sociale. Credo che oggi ci sia una tendenza a normalizzare la vita dei cani, a volerla rendere conforme a uno stereotipo di cane, e tutti quelli che non si inseriscono in tale normalizzazione, che avrebbero soltanto bisogno di un altro contesto per vivere una vita più equilibrata, vengono considerati pazzi perché non si adeguano a un contesto in cui non vogliono stare. Da qui, anche, proviene l’onda lunga del comportamentismo (e del comportamentalismo), che comprende l’abuso di psicofarmaci e di sistemi con cui forzare i cani dentro un ambiente poco adeguato per loro. In questo penso ci sia molto di psichiatrico. Anche perché c’è un deficit interpretativo, persino da parte degli addetti al settore: pochissimi conoscono la comunicazione del cane, pochissimi conoscono l’organizzazione sociale del cane. La conseguenza è che vengono reputati antisociali dei comportamenti che non sono necessariamente tali. L’umano ha una grandissima responsabilità perché ha traslato delle categorie psichiatriche umane sul cane. E lo ha fatto perché gli mancano gli strumenti conoscitivi: siccome in medicina umana alcuni aspetti della malattia mentale sono stati storicamente molto studiati (non senza errori, peraltro), questi vengono trasferiti su una specie che ha una comunicazione e un modo di organizzarsi socialmente del tutto diversi. Quindi siamo in presenza di un’aggravante: traslare su un’altra specie i concetti della psichiatria umana, disciplina già di per sé criticabile.

 

Come sai, la cinofilia si struttura su una distinzione professionale fra chi è solo educatore – chi si occupa di prevenire i disturbi relazionali – e chi, diventando anche istruttore, si fa carico della risoluzione di problemi già manifesti. L’attenzione alla prevenzione può sembrare un segno di considerazione del soggetto-cane; d’altra parte, può produrre un effetto di normalizzazione che a me sembra preoccupante. Si interviene a priori in un rapporto già esistente suggerendo le “corrette modalità di relazione”. Fino a che punto prevenire è meglio che curare?

Lo è esclusivamente nell’ambito della scelta del cane giusto per la famiglia giusta nel contesto giusto. Come dicevo, per me non esiste un comportamento da cane fobico, ma un contesto, una dimensione sociale in cui un cane manifesta fobia. Lo stesso cane, con gli stessi comportamenti, in un contesto e in una sistemica familiare diversa non apparirebbe problematico come appare. Quindi, prevenire è meglio che curare nel senso che c’è bisogno di professionisti in grado di fare uno screening di una famiglia, di un ambiente sociale, dei valori di una famiglia, per capire se quel cane con quella personalità e con quel modo di essere sia compatibile con quell’ambiente; altrimenti il suo destino è quello di essere collocato nella nomenclatura psichiatrica. Viene definito “pazzo” perchè non riesce a stare in quella situazione, ma ciò era prevedibile, spesso. In questo senso è importante prevenire, nel senso di creare le giuste condizioni per la scelta. In canile, soprattutto: le persone girano fra le gabbie e guardano l’estetica, o il cane che gli ricorda quello che avevano prima, ma non si occupano di capire la soggettività di quel cane e se è compatibile con quel contesto, cioè con la sistemica familiare, ma anche con l’ambiente, cioè la geografia dell’ambiente in cui andrà a stare. Sugli aspetti tecnici della prevenzione, invece, sono scettico. Se la scelta è fatta male, anche i suggerimenti standard su come iniziare una relazione non funzionano, perchè quel soggetto, scelto male e accolto peggio, anche se si creano le migliori condizioni possibili, ha difficoltà a collocarsi nel contesto. Se la scelta è sbagliata, tutto si riduce, al massimo, a un decalogo di buone pratiche che non servono a far integrare i cani. Non bisogna lavorare su tecniche, su pacchetti di suggerimenti, ma fare discorsi onesti per preparare la persona alla relazione con il cane. Banalmente, l’educatore dà indicazioni su dove mettere la cuccia, quante volte fare uscire il cane, come portarlo fuori, come usare il guinzaglio, dare pacchetti di giochi da fare. Ma anche se la persona segue tutte queste indicazioni, se ha preso il cane con una domanda relazionale sbagliata, la relazione non va comunque bene. Prevenzione è fare capire il peso che un cane può avere nella vita familiare, portare a scegliere adozioni giuste, affinchè la relazione sia buona e il cane stia bene.

Pensi che esista il rischio che le tecniche e le competenze ci allontanino dagli incontri? Quando saperle usare, quando saperle “dimenticare”? Bisogna mai saper “sbagliare” per portare meglio se stessi nella relazione e meglio vedere l’altro? C’è differenza fra osservare e percepire, fra lettura e ascolto, fra comunicazione e intesa?

Per far crescere un cane in maniera positiva nel contesto e nella relazione con un umano non sono necessarie delle tecniche. Tuttavia, quando si tratta di relazioni non credo nello spontaneismo, bensì nell’autenticità. Ho visto molte persone che hanno valori – dal mio punto di vista positivi – di apertura, cooperazione, ricerca di autonomia dell’altro, le quali, però, non conoscendo bene la comunicazione del cane, non capendolo davvero, nella loro spontaneità hanno messo il cane in situazioni di forte difficoltà, creando un meccanismo di cronicizzazione di alcuni elementi stressanti. “Sono spontaneo, quindi il cane deve essere libero” – ma senza accorgermene lo infilo in situazioni in cui soffre. Credo che bisogna essere autentici, il che deriva dalla capacità di conoscere l’altro senza imbrigliarlo nei tecnicismi. Anche perchè il tecnicismo stesso è una chimera. La persona si rivolge all’educatore e pensa di trovar una serie di tecniche per far fronte all’educazione del cane; ma se non hai capito la prospettiva relazionale da avere con lui, queste tecniche non funzionano. Non credo nella deriva tecnicista, ma penso che sia necessario imparare ad avere empatia, un’empatia non solo emozionale e affettiva, ma declinata su una serie di conoscenze relative a come il cane organizza la sua sistemica sociale, a come organizza la sua comunicazione. La pura spontaneità senza conoscenze è una spontaneità antropocentrica ed estetica: metti il cane dentro a un tuo concetto estetico della relazione con lui. Ce l’hanno i “borghesi” che vogliono il cane infiocchettato e pulito, ma ce l’ha anche chi invece pensa altro del cane, eppure l’ha messo in una situazione in cui non voleva stare (in questo caso, il deficit è di conoscenza). Presupponi un’empatia che non riesci ad avere perchè ti manca la capacità di osservare delle cose che il cane ti sta dicendo apertamente.

Nessuno psicologo infantile allena le sue capacità professionali nella relazione con i figli (si spera!!), mentre la maggior parte degli educatori cinofili lo fa. Che ne pensi?

È pericoloso. Sarebbe bene che uno psichiatra infantile, come tutti quelli che lavorano nell’infanzia, avesse un figlio, perchè comunque la dimensione del privato mette un po’ in discussione le tue conoscenze e ti dà l’occasione di implementarle; però è necessaria una visione d’insieme sul cane, sulla specie-cane. Quello che hai fatto con il tuo cane può non essere esaustivo rispetto a quello che fanno i cani. Più vedo cani, caratteri diversi, ecc., più riesco a orientarmi nel mondo dei cani, mentre relazionarmi con i miei cani è stato utile ma non esaustivo. Esistono infiniti modi di essere cani, e persino infiniti modi di essere cani di razza. Nella razza esiste un solco motivazionale, ma poi ci sono delle soggettività che sono prorompenti rispetto agli argini tracciati da questo solco. Ma come professionisti e come proprietari non possiamo fermarci alla relazione con il nostro cane. In fondo vale anche per altre figure professionali.

NOTE

[1] La famosa espressione contenuta nel titolo di una canzone di Fabrizio De Andrè («Un matto», 1971), è stata ripresa da Giuseppe Bucalo per il suo Dietro ogni scemo c’è un villaggio. Itinerari per fare a meno della psichiatria, Sicilia Punto L, Ragusa 1990.


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This entry was posted on martedì, marzo 22nd, 2016 at 22:01 and is filed under General. You can follow any responses to this entry through the RSS 2.0 feed. Both comments and pings are currently closed.