Non è questione di gusti – di Federico Zappino

Articolo scaricabile dal n.21 di Liberazioni, uscito in questi giorni:

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Autore: Liu Xue

 

Federico Zappino

Non è questione di gusti

intervista di M. Reggio e M. Filippi

Come sai, l’aspetto più orrendo della questione animale, in termini di sfruttamento sia quantitativo che qualitativo, è quello esperito quotidianamente dagli animali allevati e macellati per produrre carne, latte e uova. Grazie alla tua esperienza personale, nella «Postfazione» che hai scritto per il volume Corpi che non contano [1], hai spostato l’attenzione sulla pelle dei non umani. Ci hai “felicemente” spiazzati: se si escludono le pellicce, questo è un aspetto poco considerato, non fosse altro che per il fatto che oltre il 99% degli animali viene ucciso per produrre alimenti. Che senso dare a questo “spostamento”?

 

Il senso di questo spostamento è, semplicemente, di insistere sul desiderio, di insistere su quanto sia importante non sottovalutare quanto spesso, paradossalmente, i nostri desideri ostacolino la possibilità di aderire a istanze, ad altri desideri, in fondo, dai quali pure ci si sente interpellati, in un modo o nell’altro, e a volte neppure in modo pienamente cosciente. Nel momento in cui mi avete chiesto di scrivere la «Postfazione» al libro che avete curato, in particolare, mi sono sentito interpellato esplicitamente in merito a una serie di questioni sulle quali mi interrogavo da tempo, in maniera del tutto individuale. Forse questa interpellazione da parte vostra era casuale? La vostra richiesta di riconoscimento, da parte mia, veniva dal nulla? In quel momento ho compreso che, per poter esprimere pubblicamente solidarietà nei confronti del movimento antispecista, mi sarei dovuto imbattere non solo nel mio desiderio, molto comune, per carne, pesce e derivati, ma anche in quello per gli indumenti di pelle. Questo mi ha portato a soffermarmi su quanto alcuni indumenti ricavati dalla pelle degli animali, risignificati ed erotizzati, abbiano presieduto alla mia soggettivazione, al mio immaginario, anche al servizio di una sovversione della norma eterosessuale. Il problema era questo: reputavo filosoficamente, eticamente e politicamente fondate le istanze del movimento antispecista. Ero del tutto convinto, e da diverso tempo, circa il fatto che avremmo dovuto smetterla di abusare degli animali, di sfruttarli all’interno dell’infernale circuito produttivo, e poi di ucciderli, spesso brutalmente. Dunque da un lato c’era questo desiderio (non del tutto “razionale”) di aderire a una causa filosofica, etica e politica; dall’altro c’è però tutto un insieme di desideri e di piaceri resi possibili proprio dal sacrificio animale. Come aderire alla causa senza castrare i miei desideri? Castrare i desideri, con un atto volontaristico, è sempre dannoso, mi dicevo: produce repressione, infelicità, ed è politicamente inutile, non produce nulla di buono né nel breve né nel lungo periodo. Mi sembrava dunque più promettente lavorare sui miei desideri, espormi al rischio di socializzarli, seguendo quella pratica femminista del partire da sé, anche per ribadire ancora una volta come i desideri, in generale, non abbiano nulla di trascendente, ma siano del tutto immanenti ad alcune norme sociali e culturali molto radicate, direi praticamente naturalizzate. Queste, dal mio punto di vista, sono la norma eterosessuale e – oggi dico – la norma sacrificale. La mia posizione è che se vogliamo opporci a queste norme, se ci sono chiare le gerarchie che costantemente ingenerano le diseguaglianze, le oppressioni, le sofferenze – ripeto: se vogliamo –, dovremmo allora provare a decostruire, e a relativizzare, quei desideri che ci appagano e che, tuttavia, le perpetuano. Ciò non significa espungere il desiderio dalla nostra esperienza, quasi fossimo degli stoici; tutt’altro. Significa, al contrario, provare a porsi questa domanda: esistono altri modi di desiderare che non intrattengano alcun rapporto con forme di gerarchizzazione, di oppressione, di esclusione, di violenza, di morte? Il desiderio, questa forza incredibile da cui siamo catturati e di cui siamo capaci, questa forza che ci spinge di continuo fuori da noi, è tutto qui? È tutto così uguale, tutto così prevedibile? Questo lavoro di disfacimento e di rifacimento, peraltro, è molto divertente, specie se non lo si fa da soli.

[1] Massimo Filippi e Marco Reggio (a cura di), Corpi che non contano. Judith Butler e gli animali, Mimesis, Milano 2015.

[continua…]

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Federico Zappino è assegnista di ricerca in Filosofia politica presso l’Università di Sassari. Traduttore italiano di Judith Butler, di questa autrice ha curato La vita psichica del potere. Teorie del soggetto (Mimesis, 2013), Fare e disfare il genere (Mimesis, 2014) e Sulla crudeltà («il lavoro culturale», con N. Perugini, 2014). Ha inoltre curato l’edizione italiana di Stanze private. Epistemologia e politica della sessualità di Eve Kosofsky Sedgwick (Carocci, 2011). Ha pubblicato il volume collettaneo Genealogie del presente (con L. Coccoli e M. Tabacchini, Mimesis, 2014).

 



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This entry was posted on mercoledì, Luglio 1st, 2015 at 11:34 and is filed under General. You can follow any responses to this entry through the RSS 2.0 feed. You can leave a response, or trackback from your own site.

2 Responses to “Non è questione di gusti – di Federico Zappino”

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