Il “neo-animalismo”

1402994179copertina AS7Ripubblichiamo l’interessante Editoriale apparso sul n.7 della rivista Animal Studies, a firma di Serena Contardi e Antonio Volpe.

 

Questa rivista ha offerto fin dal primo numero spazio agli approcci teorici più disparati dell’antispecismo contemporaneo. Non solo articoli, ma anche curatele da parte di autori dagli approcci più differenziati. Senza voler affatto ridurre questa pluralità (si vedano i contributi raccolti in queste pagine), i curatori di questo numero considerano necessario fare il punto su una serie di approcci teorici che si possono raccogliere sotto il nome di neoanimalismo: una serie relativamente ampia di orientamenti che, pur definendosi spesso antispecisti, sono accomunati dal rifiuto dell’intersezione delle lotte di liberazione e dalla convinzione secondo la quale pensiero e attivismo si dovrebbero rivolgere ai soli animali (spesso nominati in questi semplici termini, in contrapposizione netta agli umani); che, rifacendosi per lo più ad approcci di stampo analitico, avversano le filosofie continentali; e che hanno spesso come bersaglio polemico il cosiddetto antispecismo politico. Poggiando l’analisi sull’individualismo metodologico, ne deducono un primato della scelta soggettiva nella lotta per la liberazione animale (veganesimo, conversione da individuo a individuo, disobbedienza civile su base soggettiva).
La prima questione che l’antispecismo neoanimalista pone è l’aver accolto del termine antispecismo solo il senso superficiale, che è quello di discriminazione di specie. Se questo termine abusato ha ancora un significato spendibile per il pensiero, tale significato è quello – per lo più opaco agli antispecisti stessi – di messa in arresto di categorie e tassonomie. Il senso profondo a cui alludiamo è insomma quello che abbandona, dismette – ovviamente in un lavoro di decostruzione infinito – la nozione stessa di specie e si volge alle singolarità sempre irripetibili e alle loro infinitamente mobili relazioni, che non si lasciano sussumere in alcun tipo di categoria e rapporto tassonomico. Per chiarezza: non si tratta solo di prendere sul serio Darwin e rovesciare l’idea per cui ogni esistenza singolare è epifenomeno della specie nel suo contrario – le specie sono epifenomeni delle singolarità –, ma anche di smantellare tutte quelle categorie che reggono le distinzioni gerarchizzanti (uomo/animale, umano/subumano, maschio/femmina, civilizzato/selvaggio, sano/folle, adulto/infante etc.), laddove si tratta non solo di rifiutare la gerarchia, ma di smontare le distinzioni collettive e le categorie stesse per aprire lo spazio inaudito di una rete di relazioni non formalizzabili, senza coordinate, degli esistenti nella loro singolarità irrimediabile e non sussumibile. Si tratta di saltare nel vuoto, non lo si deve nascondere, anzi piuttosto rivendicarlo: si tratta di preparare l’accoglienza per qualcosa di assolutamente imprevedibile.
Ma è questo, e non altro, il senso di quell’incontro che è rischio assoluto di cui parla Derrida – di cui il neo-animalismo si serve, ma dopo averne fatto completamente fuori la forza dirompente del pensiero…

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This entry was posted on martedì, gennaio 27th, 2015 at 13:44 and is filed under General. You can follow any responses to this entry through the RSS 2.0 feed. Both comments and pings are currently closed.