Il complesso patriarcale pastorale: le comuni radici del dominio – di Annalisa Zabonati

zab1Testo presentato alla seconda edizione di Liberazione Gener-ale, svoltasi a Verona il 24 maggio 2014.

Gli altri contributi presentati e discussi durante la giornata possono essere scaricati dal blog del Collettivo Anguane

 

Il complesso patriarcale pastorale: le comuni radici del dominio *

Annalisa Zabonati **

 

Cenni sulle riflessioni femministe sul dominio su donne e animali[1]

Le teorie femministe riconoscono le intersezioni tra gli sfruttamenti soprattutto grazie alle sollecitazioni provenienti da ambienti femministi neri, di colore, postcoloniali e lesbici. Per rivendicare l’eguaglianza con i maschi e per chiedere pari diritti hanno spesso rifiutato l’assimilazione delle donne alla natura e agli animali. Respingendo l᾿“animalità” delle donne, si sono orientate verso il razionalismo, sostenendo di fatto l’ideologia maschile del “dualismo trascendente”, emanazione della logica della conquista e del dominio[2]. Anzi il femminismo non ha dimostrato invero grande sensibilità ecologista in generale[3] e tanto meno nei confronti degli animali.

L᾿ambito femminista è complesso e variegato e al suo interno ci sono diverse posizioni che rappresentano differenti forme politiche e ideologiche, di cui traccio un sintetico profilo.

Il femminismo cosiddetto liberale non pone alcuna critica radicale al sistema e alla sua organizzazione poiché considera prioritaria l᾿inclusione delle donne nella scena sociale, politica e lavorativa per accedere ai diritti civili proprio all’interno del sistema stesso[4]. Esso non sfida il patriarcato perché ne è un derivato e i suoi metodi sono prodotto del pensiero occidentale. Concentrandosi sugli obiettivi dell’emancipazione sociale non appare rilevante tutto ciò che concerne prospettive di liberazione generale e la connessione con altre lotte e movimenti. Il tema ecologico, la natura e gli animali sono marginali e la realtà si traduce nell’assenso tacito e indifferente dell’oppressione degli altro-da-umani divenendo di fatto complici di un sistema interrelato di sfruttamenti[5].

L᾿approccio femminista storico-materialista di tradizione marxista si muove invece da un’analisi economica in cui il dominio patriarcale è una parte dell’oppressione delle classi proletarie e subalterne. In questa visione, la liberazione, in ogni sua accezione, passerebbe attraverso l’abolizione della proprietà privata e il susseguente accesso egualitario ai mezzi di produzione. Questo metodo rilegge le teorie marxiane in chiave di genere per decifrare le trame dei rapporti e le interazioni materiali nelle relazioni di dominio in cui la naturalizzazione si registra nei corpi, nel linguaggio, nelle categorie mentali e sociali. Il sesso, il genere e la razza sono il prodotto dei rapporti di dominio e sfruttamento. La natura è una costruzione sociale basata sulla divisione tra dominanti e dominati e sulle relazioni di potere fondate sull’appropriazione dei corpi e delle loro funzioni[6]. Eminenti studiose si cimentano con l’ecologia e l’economia politica esprimendo chiare posizioni ecofemministe in chiave ambientalista di genere. Analizzando e appoggiano i movimenti delle donne del Sud del mondo che reclamano l’accesso ai semi, alle terre e il principio di sussistenza e sovranità alimentare e rifiutano la logica neoimperialista e neocoloniale.

Il femminismo radicale focalizza le sue analisi sui rapporti di potere e dominio determinati dal patriarcato che legittima la supremazia maschile e che si inscrive in ogni forma di discriminazione. Il genere è la forma più profonda di segregazione ed è alla base delle altre oppressioni, ritrovandosi in molti contesti socio-culturali ed epoche storiche quale fenomeno antropologico panculturale. Le varie forme di questo orientamento femminista indicano da un lato il rifiuto dell’idea delle donne come classe oppressa, considerando invece essenziale il riconoscimento del genere come discriminante oppressiva, e dall’altro reclamando la separazione dal patriarcato, in quanto sistema autoritario, e dai suoi mandanti, gli uomini, emissari diretti del potere coercitivo. In quest᾿ottica il dominio sulla natura e sugli altro-da-umani è l’esercizio del potere patriarcale che estende la sua influenza per controllare ogni soggetto vivente. Anzi la natura condanna le donne nel loro ruolo sessuato e di genere e solo l’affrancamento dal biologico potrebbe consentire l’emancipazione.

Il femminismo della differenza individua nell’economia binaria[7], creata dall’uomo, la forma di condizionamento basato sul genere e ritiene necessaria la distinzione delle donne dagli uomini. Ogni essere sessuato è indicativo di un processo storico che lo determina come appartenente ad una o all’altra delle categorie di genere. Tutti i comportamenti ne sono conseguentemente condizionati e la natura è un ambito che va confinato e distanziato per non cadere nelle spire di un essenzialismo apodittico. La differenza quindi è il quid che consente la soggettivizzazione utile all’auto e all᾿eteroriconoscimento che prelude alla rivendicazione della propria specificità.L᾿anarcofemminismo considera le donne una classe oppressa che necessita di allearsi con altri gruppi sfruttati per realizzare la liberazione generale. Le lotte per attuare questo obiettivo devono convogliare il rifiuto e la ribellione dello sfruttamento e del dominio, oltre che delle discriminazioni. In quest’ottica il patriarcato è un “fatto sociale totale” politico, economico, culturale[8]. Il patriarcato, che comunque non incarna il “nemico” principale, è responsabile delle discriminazioni sessiste ed eterosessiste, ed assieme allo stato, al capitalismo e al razzismo determina un sistema oppressivo.

L’anarcofemminismo non considera in modo esplicito lo specismo, ma contempla la contemporaneità, spesso necessaria, della critica al sistema e delle forme di contrasto allo stesso, attraverso il rifiuto delle logiche e delle pratiche gerarchiche, anche all’interno dei movimenti radicali e critici, grazie ai collegamenti tra le varie lotte[9]. Va da sé che un dibattito sempre più serrato sia presente tra le fila dell᾿ecoanarchismo e dell᾿ecoanarcofemminismo che sono dichiaratamente antispecisti e che oltre alla natura in senso lato contemplano come soggetti rivoluzionari anche gli animali altro-da-umani.

L᾿ecofemminismo è un approccio che propone un discorso critico e una prassi orientati all’attenzione verso la natura e la biodiversità in cui le caratteristiche peculiari sono l’empatia, la compartecipazione, l᾿olismo, l᾿inclusività, la mutualità. Fattori questi che facilitano percorsi di liberazione in grado di riconoscere e rifiutare tutte le forme di dominio[10]. Al suo interno l’ecofemminismo presenta un arcipelago di posizioni che vanno da un ecologismo di genere all᾿ecovegfemminismo, passando per l᾿ecofemminismo della sussistenza e del femminismo ecomatriarcale.

Il dominio sulle donne: il patriarcato

Il patriarcato[11] si basa sulla separazione dell’uomo, in quanto maschio della specie umana, dalla natura, dagli animali altro-da-umani e dalle donne. Come prima accennato, è un fenomeno panculturale presente nei gruppi umani, che separa le categorie concettuali di cultura e natura[12]. La cultura non è però esclusivo appannaggio umano e le varie specie ne presentano forme diverse[13], manifestando le caratteristiche della cultura stessa: creatività, apprendimento, comunicazione e trasmissione dei saperi. La cultura è un processo di interpretazione e trasformazione del mondo, e la natura è il luogo in cui questo si realizza. Natura e cultura sono intrinsecamente collegate e hanno la stessa matrice, sono il frutto di elaborazioni e delle capacità adattive interagenti. Rifiutare o negare questa prospettiva ha prodotto e produce le forzature ideologiche che stanno alla base dei principi egemonici di abuso e sfruttamento del sessismo e dello specismo, oltre che delle altre forme di discriminazione.

Il patriarcato è il risultato della collisione progressiva dell’ideologia patriarcale e di quella matriarcale avvenuta nel corso di millenni per effetto delle varie influenze tra popolazioni umane[14]. È un processo storico e sociale che esprime un sistema maschile oppressivo attraverso l’espressione della propria egemonia con la violenza ripetuta e strutturale contro tutti quei soggetti ritenuti minacciosi per i privilegi maschili.

I vantaggi provenienti dall’impianto di privilegi implicano un complesso di dominazione in cui si evidenziano il gruppo dei privilegiati, che beneficia dalla propria condizione, e il gruppo degli oppressi, escluso da ogni vantaggio. Questo sistema ha favorito l’avanzamento di una categoria sulle altre, perpetuando dei meccanismi di disuguaglianza e sottomissione che si autoalimentano.

Tale potere biopolitico può essere illustrato, per le sue modalità di manifestazione che spesso si sovrappongono, in patriarcato coercitivo e patriarcato consensuale[15]. Il patriarcato coercitivo è garantito da rigide norme codificate i cui meccanismi sanzionatori sono violenti che decretano i ruoli di genere in primis, ma anche di ceto, di razza e di specie. Il patriarcato consensuale, presente nelle società con un’uguaglianza di tipo formale come quelle occidentali contemporanee, prevede l’adesione al sistema di tutti i componenti della società, uomini e donne di ogni classe ed orientamento, al fine di garantire la pax sociale basata sulla mistificazione politica delle parità. Sia che si presenti come sistema coercitivo piuttosto che consensuale il potere patriarcale mantiene il controllo sulle risorse, sulla produzione e sulla riproduzione.

Il patriarcato considera le donne subalterne e le assimila agli animali altro-da-umani, attraverso il processo di naturalizzazione delle donne e di femminilizzazione dei nonumani, ma anche di tutte le categorie sociali e delle singole individualità umane soggiogate e inferiorizzate attraverso i processi di de-umanizzazione e sub-umanizzazione[16]. Parallelamente gli altro-da-umani e la natura sono considerati vicini al principio femminile e resi corpi reificati da asservire e controllare[17]. Per assicurare la conservazione e la prosecuzione di questo sistema di sottomissione si utilizzano strategie circolari di denigrazione, annullamento della dignità, riduzione dell’autodeterminazione e infine negazione della libertà.

Il dominio sugli animali altro-da-umani: il pastoralismo

Le forme specifiche dell᾿interazione tra altro-da-umani e umani sono l’addomesticamento[18], la pastorizia e l’allevamento. L’addomesticamento ha favorito l’affrancamento per gli umani dalla precarietà della sussistenza derivante dalla caccia e dalla raccolta. È basato sull’adozione di un’economia di produzione alimentare costante, attivata dal processo di dominio sulla natura e sugli altro-da-umani[19].

Elemento essenziale per l’attività pastorale è l᾿accesso e l᾿esclusività alla proprietà “animata”, cioè agli animali, attraverso varie procedure, dalla modificazione dei tratti delle specie, la selezione, l᾿allevamento, la coercizione comportamentale, la riproduzione forzata, l᾿uso degli animali per fini umani, la marchiatura arrivando a programmare e determinare delle modificazioni genetiche e comportamentali degli animali per facilitare il loro utilizzo rendendoli dipendenti dagli umani o anche come richiami per catturare quelli ancora selvatici.

La domesticazione, precondizione dell᾿allevamento e della pastorizia, si caratterizza per una sequenza di innovazioni tecnologiche necessarie per ricavare dagli animali ogni possibile risorsa, mediante l’invenzione e il perfezionamento di strumenti in grado di controllare gli animali e le loro vite[20]. Il lungo processo di domesticazione si snoda su un continuum di millenni che è suddiviso in varie fasi, quali la caccia selettiva, l’agricoltura, la semi-domesticazione, la piena domesticazione. La domesticazione, intesa come processo sociale di trasformazione delle regole che organizzano le popolazioni animali e i gruppi umani, si fonda sull’accordo tra gli umani per l’uso e lo sfruttamento degli animali, che in quanto nonumani sono considerati separati e manipolabili. Le pratiche di domesticazione presentano dei contenuti politici che non solo definiscono la relazione tra umani e nonumani, ma anche tra gli umani stessi[21] perché si innescano nei processi economici e di potere.

La domesticazione può quindi considerarsi come il processo sociale, economico, politico e simbolico in cui emerge la presunta unicità e superiorità umana che suddivide il mondo tra natura e cultura. Questo comporta il controllo sui corpi e la riproduzione, in cui al pari degli animali anche le donne sono “domesticate”, confinate nella casa e nella famiglia. Così come la sessizzazione passa per le femmine nonumane che sono manipolate al fine per riprodurre la loro specie e garantire la fornitura di alimenti e altri derivati in quantità controllata e costante.

L’allevamento e il governo sugli animali sono nel tempo stati organizzati in modo industriale ed intensivo assumendo sempre più forme paradossali e de-animalizzanti, quali eredi dirette dell’economia e dell’ideologia pastorale[22], che si sono evolute con il capitalismo in vera e propria industria agroalimentare e zootecnica, in cui gli animali sono ammassati in cicli vitali innaturali con l’unico scopo di assicurare la sopravvivenza umana.

La struttura dell’allevamento industriale intensivo, forma contemporanea dello sfruttamento dei corpi animali, non si limita agli scopi alimentari (carne, latte, uova, etc.), ma sono allestiti allevamenti di qualsiasi specie nonumana per ogni proposito considerato utile agli umani, dall’abbigliamento (pellicce, pellame, lana, etc.) alla bellezza e igiene (cosmetici e detergenti) alla ricerca (vivisezione). Non si usano solo gli animali e i loro derivati, ma i loro corpi sono anche strumenti per verificare la predittività di ipotesi e teorie, che a ben vedere non sono così diverse dagli auspici e dalle previsioni attraverso l’interpretazione delle urla, delle viscere, delle ossa degli altro-da-umani realizzate in varie epoche e presso varie popolazioni.

Un’analisi sulle interconnessioni dei domini: l᾿ecovegfemminismo

L᾽ecofemminismo abbraccia l᾿etica ecologica, quale sistema di valori. È un movimento sociale, una pratica e un᾿analisi politica e analizza le connessioni tra l᾿androantropocentrismo e il controllo e la distruzione della natura[23]. L᾽ecofemminismo, è un processo teorico e pratico, che sottolinea l᾿inseparatezza tra il coinvolgimento personale e l᾽azione politica, che considera l᾿olismo e l᾿etica principi fondanti[24] e che auspica una trasformazione sociale radicale, affermando il valore intrinseco di ogni creatura, l᾽ineludibilità della bio ed ecocentricità, la convivenza fra specie, il mutuo rispetto, l᾽imprescindibilità tra il personale e il politico, la critica e la demolizione del sistema o complesso patriarcale pastorale.

L᾽ecofemminismo, considerata la “terza ondata” del femminismo[25], si accosta alle forme più radicali e critiche del pensiero politico, decostruendo l᾽androcentrismo patriarcale, l᾽etnocentrismo imperialista e coloniale, l᾽antropocentrismo specista, analizzando la femminilizzazione della natura e la naturalizzazione del femminile[26]. Tutto ciò a partire dalla riformulazione della presenza umana sulla terra, scardinando l᾿errore epistemologico primevo che indica nella contrapposizione cultura vs natura[27] la base di ogni forma di potere.

Il concetto di incorporazione, di incarnazione, di materia, di corpi che interagiscono e si relazionano con altri corpi è il filo conduttore delle riflessioni sul dominio da parte dell᾿ecofemminismo che riconosce la presenza in ogni cultura della “storia delle origini” che giustificano l᾿appropriazione umana della natura. Questa narrazione si presenta sotto forma di miti, leggende, favole, manufatti tramandati di generazione in generazione, quale rappresentazione simbolico-linguistica dell’esordio del controllo sulla natura, nei suoi passaggi antropici della storia e dell’evoluzione della subordinazione umana e nonumana. Caccia, domesticazione, sedentarizzazione, pastorizia, allevamento, religione – soprattutto andro-monoteista, empirismo e meccanicismo scientifici, sono considerati gli strumenti che nel corso dei millenni hanno trasformato i rapporti di potere[28] a favore della categoria maschile umana bianca occidentale.

Le donne sono la colonia per eccellenza, attraverso il controllo sui loro corpi, la loro sessualità, la fertilità, la riproduzione, la forza-lavoro e il lavoro di cura. Come territori invasi vengono definiti i loro limiti e i confini, le regole che le governano, le risorse che possono essere depredate. Sono l᾿“ultima colonia”[29] degli uomini, in quanto maschi, perché sono il primo feudo su cui si giocano i ruoli del potere e dell’egemonia dei gruppi e delle istituzioni. Le donne sono barattate per realizzare alleanze tra famiglie e tra gruppi di potere, sono la merce che i maschi vendono e acquistano per sancire i propri privilegi[30].

Traslando questa metafora ai nonumani, essi sono l᾿“ultima colonia” degli umani, in quanto specie, coloro che devono essere e sono conquistati, domati, domesticati, controllati, decimati. Viene negato loro il principio di libertà e di autodeterminazione personale e collettivo, resi sudditi di un governo che non hanno scelto. La battaglia per la conquista è a volte cruenta a volte occultata, ma ha come risultato sempre il mancato riconoscimento dei desideri, delle prospettive, delle loro progettualità per imporre modelli e strutture utili al consolidamento del predominio umano.

L᾿ecovegfemminismo, evoluzione dell’ecofemminismo, adotta la prospettiva vegana come riconoscimento dell᾿altro-da-umano quale persona, soggetto portatore di interessi, di cultura e di riconoscibilità[31]. Ravvisa come questione politica il controllo e il dominio sugli animali (allevamento, riproduzione forzata, trasporto coatto, macellazione) ricordando che il cibo, il suo accesso, la sua produzione e il suo consumo non sono mai neutri, ma sono sempre legati alle classi sociali, alla razza e al genere di appartenenza[32]. E la carne quale cibo è strettamente legata alla rappresentazione della virilità, del maschile, della forza.

Le ecovegfemministe afroamericane[33] e native[34] propongono un᾿ulteriore analisi che parte dalla razza e dall’affrancamento dai canoni bianchi ed occidentali dell᾽onnivorismo, ma anche del veganismo per de-colonizzare il cibo e l’alimentazione, per rivalutare in chiave vegan la tradizione culinaria e i prodotti delle comunità d᾿origine. Prospettano la coscientizzazione, la responsabilità e la riformulazione afroamericana, latina e nativa di tutte le oppressioni, per dare così spazio ad ogni apporto genuinamente ecologico, femminista, animalista-antispecista, antirazzista, anticlassista e criticare l᾿etnocentrismo maschile, bianco e borghese[35].

Tra i nuclei di interesse e riflessione ecovegfemministi troviamo il principio circolare di femminilizzazione (per i nonumani) e di animalizzazione (per le donne); il rischio e la pericolosità per la salute di donne e nonumani derivanti dall’inquinamento e dalla devastazione degli habitat; l’inclusione degli animali nelle lotte di liberazione; la critica al femminismo antropocentrico; la condanna del sistema capitalista androantropocentrico; l’impegno etico e politico per gli altro-da-umani; la centralità del tema alimentare sia in termini di sovranità che di eticità.

L᾽ecofemminismo è stato per lungo tempo tacitato dal femminismo e dall᾽ecologismo perché entrambi antropocentrici[36], e l᾽ecofemminismo per molto tempo ha sottovalutato l᾽approccio alla “questione animale” e allo specismo. L᾿ecovegfemminismo è orientato e si deve occupare proprio dell᾿analisi dei rapporti tra specie e della critica allo specismo non in quanto legato alla condizione delle donne e al sistema sesso-genere, ma in quanto movimento collocato in una posizione unica e strategica nel panorama politico e di critica al sistema[37].

L᾿oppressione rappresenta la strutturazione della logica del dominio, all᾿interno di un complesso che comprende lo sfruttamento, la marginalizzazione, la mancanza di potere, l’imperialismo culturale e la violenza, cioè le “cinque facce dell’oppressione”[38], ognuna delle quali, anche singolarmente sperimentata, condiziona pesantemente coloro che la subiscono. Ciò avviene per ogni gruppo e/o singola persona che vivano in una condizione di ingiustizia, svantaggio e riduzione o assenza di libertà dovuta a pratiche quotidiane di limitazione perpetua e ripetuta attraverso processi di ineguaglianza. Concetti applicabili anche ai nonumani che vivono uno stato permanente di alienazione, invisibilità, negazione delle loro capacità di autodeterminazione, sottomissione totale, abusi continui[39].

Le potenzialità delle teorie e delle pratiche ecovegfemministe sono molteplici per consentire analisi transculturali e critiche al sessismo al razzismo e al classismo anche all’interno degli ambienti animalisti-antispecisti, oltre che favorire la coscientizzazione dello specismo nei movimenti radicali e antagonisti, e promuovere il veganismo etico e politico.

L᾿ecovegfemminismo è però ancora troppo spesso neutralizzato e rimosso negli ambienti animalisti mainstream perché non politicizzati, così come lo è nell’antispecismo, autoproclamatosi massima espressione radicale e di critica al sistema, perché considerato implicito nella visione globalista e onnicomprensiva dell’ideologia fallicoantispecista.

Al fine di superare questa attuale impasse uno dei compiti dell’ecovegfemminismo è quello di trovare i punti di contatto tra movimenti, creare alleanze negli ambienti radicali, indicare le forme di micropoteri oppressivi nei vari gruppi, riconoscere le complicità involontarie nel dominio.

Patriarcato e pastoralismo sono integrati, assieme agli altri sistemi di oppressione nel concetto di kiriarchia[40], che integra la nozione di intersezione e supera sia i limiti dell’analisi di genere e sesso derivanti dalla critica al patriarcato che quelli della riflessione sulla specie originati dalla domesticazione e dal pastoralismo.

Il termine kiriarchia, che deriva dal greco kyrios (signore/padrone) e archein (dominio) cioè il “dominio del padrone”, consente di indagare il funzionamento delle oppressioni nel loro insieme attraverso le loro varie forme, mentre l’intersezionalità è lo strumento di individuazione delle dinamiche interagenti del dominio.

Un possibile modo per affrontare politicamente l’insieme dei soprusi grazie alle riflessioni ecovegfemministe è la pratica della connessione delle lotte e dei dibattiti[41] per sfidare la tradizione sia dei movimenti radicali che dei poteri istituzionali, per espandere la condivisione dei progetti di liberazione, per trasformare in azioni le teorie, per considerarci tutt* abitanti della Terra.

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NOTE

* Il presente scritto si basa sul saggio Las intersecciones de las opresiones del patriarcado y del pastoralismo, in Hacia una cultura de la sostenibilidad: análisis y propuestas desde la perspectiva de género, Puleo, Alicia H., Tapia González, Aimé, Torres San Miguel, Laura, Velasco Sesma, Angélica (eds.), Departamento de Filosofía y Cátedra de Estudios de Género de la Universidad de Valladolid, in corso di pubblicazione.

** Co-fondatrice del Collettivo Anguane, progetto anarcoqueer ecovegfemminista. Attivista ecovegfemminista si occupa di animalismo antispecista, ecofemminismo, movimenti sociali e politici.

[1]      L᾿uso del termine “animale” si basa sulla consuetudine e non è inteso come discriminante o specista.

[2]      Ruether Rosemary R., “Men, women, and beasts. relations to animals in western culture”, Between the Species, VIII, 3, 1992, 136-141.

[3]      Puleo Alicia, Feminismo y ecología, in Medio ambiente y desarrollo. Miradas feministas desde ambos hemisferios, López Castellano Fernando (Ed.), Editorial Universidad de Granada, Granada 2013, pp. 25-42.

[4]      Werlhof (von) Claudia, “No critique of capitalism without a critique of patriarchy!”, in Capitalism, Nature, Socialism, XVIII, 1, 2008, pp. 13-27; trad. it. Annalisa Zabonati, “Nessuna critica al capitalismo senza critica al patriarcato! Perché la sinistra non è un’alternativa”, in http://anguane.noblogs.org/?p=1878.

[5]      Gruen Lori, Dismantling oppression: An analisys of the connection between women and animals, in Ecofeminism. Women, Animals, Nature, Gaard Greta (Ed.), Temple University Press, Philadelphia 1993, pp. 60-90.

[6]      Guillaumin Colette, The practice of power and belief in Nature, in Racism, sexism, power and ideology, Guillaumin Colette, Routledge, London & New York 1995, pp.176-238.

[7]      Cavarero Adriana, Il pensiero femminista. Un approccio teoretico, in Le filosofie femministe, Cavarero Adriana – Restaino Franco, Mondadori, Milano2002, pp. 78-115.

[8]      Pereira Irène, “Être anarchiste et féministe aujourd’hui”, Réfractions, 24, 2010, pp. 63-72.

[9]      Rua Claude – Pothier Marie-Jo – Hernandez Hélène – Claude Elisabeth, “L’anarcha-féminisme”, Réfractions, 24, 2010, pp. 41-50.

[10]    Gruen Lori, Dismantling oppression, op.cit..

[11]    Smuts Barbara, “The evolutionary origins of patriarchy”, Human Nature, VI, 1, 1995, pp. 1-35; Marler Joan, The beginnings of patriarchy in Europe: reflections on the kurgan theory of Marija Gimbutas, in The Rule of Mars: The History and Impact of Patriarchy, Biaggi Cristina (Ed.), KIT Press, Late Spring 2006, pp. 1-14.

[12]    Ortner Sherry B., Is female to male as nature is to culture?, in Woman, culture, and society, Zimbalist Rosaldo Michelle – Lamphere Louise (Eds), Stanford University Press, Stanford 1974, pp. 68-87; per una versione successiva e più critica cfr. Ortner Sherry B., Is female to male as nature is to culture?, in Making Gender : The Politics and Erotics of Culture, Ortner Sherry, Beacon Press, Boston 1996, pp. 21-42.

[13]    Bisconti Michelangelo, Le culture degli altri animali. È Homo l’unico Sapiens?, Zanichelli, Bologna 2008.

[14]    Eisler Riane, The Chalice & The Blade: Our history, our future, Harper & Row, San Francisco 1987, tr. it. Mingiardi Vincenzo, Il calice e la spada. La civiltà della Grande Dea dal Neolitico ad oggi, Frassinelli, Milano 2006; Miles Rosalind, Who cooked the last supper? The women’s history of the world, Salem Press, Hackensack 1988, tr. it. Pece Luisa, Chi ha cucinato l’ultima cena? Storia femminile del mondo, Elliot, Roma 2009; Gimbutas Marija, The language of the goddess, Harper & Row, New York 1989, tr. it. Pelaia Mariagrazia, Il linguaggio della dea. Mito e culto della dea madre nell’Europa neolitica, Longanesi, Milano 1990; Ehrenberg Margaret, Women in prehistory, Oklahoma University Press, Norman 1990, tr. it. Bosi Roberto, La donna nella preistoria, Mondadori, Milano 1995

[15]    Puleo Alicia H., Patriarcado, in 10 palabras clave sobre mujer, Celia Amorós, (Ed.), Editorial Verbo Divino, Estella 1995, p. 24.

[16]    Deckha Maneesha, “The subhuman as a cultural agent of violence”, JCAS – Journal for Critical Animal Studies, VIII, 3, 2010, pp. 29-51.

[17]    Bujok Melanie, “Materialità corporea, ‘materiale-corpo’. Pensieri sull’appropriazione del corpo di animali e donne”, Liberazioni – Rivista di Critica Antispecista, Antologia 1, 2005-2008, pp. 7-19.

[18]    Shanklin Eugenia, “Sustenance and symbol: anthropological studies of domesticated animals”, Annual Review of Anthropology, 14, 1985, pp. 375-403; Russell Nerissa, “The wild side of animal domestication”, Society & Animals, X, 3, 2002, pp. 285-302.

[19]    Ingold Tim, Taming, herding and breeding, in Hunters, pastoralists and ranchers, Ingold Tim, Cambridge University Press, Cambridge 1980, pp. 82-144; Ingold Tim, From trust to domination: an alternative history of human-animal relations”, in The perception of the environment, Ingold, Tim (Ed.), Routledge, London & New York 2000, pp. 61-76.

[20]    Hesse Brian, “Animal domestication and oscillating climates”, Journal of Ethnobiology, II, 1, 1982, pp. 1-15.

[21]    Anderson Kay, “A Walk on the Wild Side: A Critical Geography of Domestication”, Progress in Human Geography, XXI, 4, 1997, pp. 463-85.

[22]    Ingold Tim, Taming, herding and breeding, op. cit..

[23]    Birkeland Janis, “Ecofeminism: linking theory and practice”, in Ecofeminism. Women, Animals, Nature, Greta Gaard (Ed.), Temple University Press, Philadelphia 1993, pp. 13-59.

[24]    Kheel Marti, An Ecofeminist Perspective, Rowman & Littlefield, Lanham 2008.

[25]    Plumwood Val, Feminism and the mastery of nature, Routledge, London-New York 1993.

[26]    Niamh Moore, Ecofeminism as Third Wave Feminism? Essentialism, Activism and the Academy, in Third Wave Feminism. A Critical Exploration, Gillis Stacy – Howei Gillian – Munford Rebecca (Eds.), Palgrave Macmillan, Houndmills-New York 2004, pp. 227-239.

[27]    Mathieu Nicole-Claude, “Homme-culture et femme-nature?”, L’Homme, XIII, 3, 1973, pp. 101-113; Ortner Sherry B., Is female to male as nature is to culture?, op. cit..

[28]    Gruen Lori, Dismantling Oppression, op. cit..

[29]    Mies Maria – Bennholdt-Thomsen – von Werlhof Claudia, Women. The last colony, Zed Books, London 1988.

[30]    Lewin Ellen (Ed.), Feminist anthropology. A reader, Blackwell, Malden – Oxford 2006.

[31]    Adams Carol J., “The Oedible Complex: Feminism and Vegetarianism”, in The Lesbian Reader, Covina, Gina – Galana, Laurel (Eds.), Amazon Press, Los Angeles 1975, pp. 145-152; Adams Carol J. (1991), “Ecofeminism and the eating of animals”, Hypatia, VI, 1, 1991, pp. 125-145; Gaard Greta, “Vegetarian Ecofeminism: A Review Essay”, Frontiers, XXIII, 3, 2002, pp. 117-146; Kheel Marti, Vegetarianism and ecofeminism: toppling patriarchy with a fork, in Food for thought: the debate over eating meat, Sapontzis Steve (Ed.), Prometheus Books, Amherst-New York 2004, pp. 327-341; Bailey Cathryn, “We are what we eat: Feminist vegetarianism and the reproduction of racial identity”, Hypatia, XXII, 2, 2007, pp. 39-59; Adams, Carol J. (2010), “Why feminist-vegan now?”, Feminism & Psychology, XX, 3, 2010, pp. 302–317; Gruen Lori – Weil Kari (Eds.), “Animal Others”, Hypatia, XXVII, 3, 2012, pp. 477-700; Harel Naama, “Vegetarianism as feminism. Meat as a symbol of male domination”, in http://anonymous.org.il/e-feminism.htm, s.d.

[32]    Adams Carol J., The sexual politics of meat. A feminist-vegetarian critical theory, Continuum, New York-London 1990.

[33]    Harper Breeze A. (Ed.), Sistah Vegan. Black female vegans speak on food, identity, health, and society, Lantern Books, New York 2010.

[34]    Laws Rita, “Native Americans and Vegetarianism”, VRG – The Vegetarian Resource Group Journal, 1994, s.p., https://www.vrg.org/journal/94sep.htm, tr. it. Annalisa Zabonati, “I nativi americani e il vegetarianismo”, http://anguane.noblogs.org/?p=2349 ; Robinson Margaret (2010), “Veganism And Mi’kmaq Legends: Feminist Natives Do Eat Tofu”, http://www.margaretrobinson.com/Robinsonaar2010.pdf, tr. it. E.B. “Veganismo Nativo: le Native femministe mangiano il tofu!”, http://anguane.noblogs.org/?p=601; Fisher Linda, Freeing feathered spirits, in Sister species. Women, animals, and social justice, Kemmerer Lisa (Ed.), University of Illinois Press, Urbana, Chicago and Springfield 2011, pp. 110-116, tr. it. Annalisa Zabonati, “Diritto alla caccia? parla Linda Fisher, nativa americana vegana”, http://anguane.noblogs.org/?p=1166.

[35]    Harper Breeze A. (Ed.), Sistah Vegan, op. cit.; Deckha Maneesha, “The salience of species difference for feminist theory”, Hastings Women’s Law Journal, XVII, 1, 2006, s.p.; Yarbrough, Anastasia – Thomas, Susan (Eds.), “Women of Color in Critical Animal Studies”, Journal for Critical Animal Studies, VIII, 3, 2010, pp. 1-70.

[36]    Gaard Greta, “Ecofeminism revisited: Rejecting essentialism and re-placing species in a material feminist environmentalism”, Feminist Formations, XXIII, 2, 2011, pp. 26–53.

[37]    Clark Emily “’The Animal’ and ‘The Feminist’”, Hypatia, XXVII, 3, 2012, pp. 516-520.

[38]    Young Iris M., The five faces of oppressions, in Justice and the politics of difference, Young Iris M., Princenton University Press, Princenton, 1990, pp. 39-65.

[39]    Gaard Greta, “Vegetarian ecofeminism. A review essay”, op. cit..

[40]    Schüssler Fiorenza Elisabeth, Changing horizons: Explorations in feminist interpretation, Fortress Press, Minneapolis 2013.

[41]    jones pattrice, “Toward total animal liberation”, AR2002 Plenary session on Engaging Other Communities, http://www.bravebirds.org/ar2002.html.



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