Auschwitz non sta sul vostro piatto. Note critiche sul paragone tra olocausto e massacri animali – di Susann Witt-Stahl

 

Un altro contributo dal nostro archivio sullo “scandaloso paragone” tra la shoah e lo sterminio degli animali.

Susann Witt-Stahl è da anni attivista per la liberazione animale nell’organizzazione tedesca Tierrechtsaktion-Nord (T.A.N.). Lavora in direzione di una soluzione politica alla questione animale, al di là dell’impostazione etica che questa comunemente ha e in direzione di una critica radicale al capitalismo. In questo saggio demolisce con argomentazioni sia storiche che teoriche la famigerata campagna della PeTA “L’olocausto sul vostro piatto”.

Traduzione: Marco Maurizi

Una foto mostra bambini denutriti in vestiti carcerari dietro un filo spinato, appena accanto a maialini rinchiusi in uno spazio ristretto. Sotto il titolo “Scheletri che camminano” si vedono uomini nudi la cui pancia è gonfia a causa della fame vicino a un vitellino denutrito che solo a stento riesce a tenersi sulle gambe per la debolezza. Quindi un’immagine di detenuti nelle baracche dei lager accatastati fittamente come merci su panche sporche e a destra, vicino, file di gabbie di allevamenti in batteria che sembrano non finire mai.

Il significato dello scioccante paragone di immagini, che l’organizzazione per i diritti animali PeTA ha messo su internet lo scorso febbraio [2004, n.d.t.], è chiaro: ciò che accade ogni giorno nelle fabbriche animali e nei macelli è l’olocausto degli animali. Chi, dopo una abbondante visione delle immagini dell’orrore ipotizzi che l’intenzione dell’autore sia quella di mostrare analogie tra l’imprigionamento razionalizzato di uomini nei lager della morte e degli animali nelle fabbriche della carne, deve definitivamente ricredersi dopo aver letto il testo di commento alle immagini che si trova sul sito Masskilling.[1]

Si tratta di molto più che chiarire come i processi di uccisioni di massa nella modernità industrializzata abbiano lo stesso carattere metodico. Lo dimostra una citazione del difensore dei diritti animali austriaco Helmut Kaplan alla fine della serie di fotografie: “I nostri nipoti un giorno ci chiederanno: dove eravate durante l’olocausto degli animali? Cosa avete fatto contro questi orribili criminali? Non potremo una seconda volta accampare la giustificazione che non lo sapevamo”.[2]
L’autore del banchetto funebre è noto, almeno nell’ambito di lingua tedesca, come uno dei più offensivi sostenitori del così detto KZ-Vergleichs [cioè il paragone tra l’olocausto nazista e lo sterminio di animali perpetrato dalla società umana ndt]. Per capire che gli orrori fatti contro gli animali – come afferma Kaplan nel suo saggio “Animali ed ebrei o l’arte della rimozione” – “corrispondano esattamente all’olocausto dei nazisti” occorrerebbe “soltanto guardare i resoconti sui test compiuti sugli uomini nei campi di concentramento e i resoconti di oggi sui test animali. A quel punto cade la benda dagli occhi: i parallelismi sono perfetti, i resoconti potrebbero essere tranquillamente scambiati. Tutto ciò che i nazisti hanno fatto agli ebrei, noi lo mettiamo in pratica oggi sugli animali!”.[3]

Come Helmut Kaplan, anche la PeTA considera evidentemente superflua una fondata argomentazione storica per l’identificazione tra lo sterminio quotidiano di innumerevoli animali per il consumo umano e il genocidio che durante la seconda guerra mondiale è stato compiuto dagli assassini tedeschi. La comprensione viene messa in secondo piano in favore della visione. Al di fuori delle immagini horror il sito della PeTA non offre nient’altro che citazioni a mo’ di slogan tratte dalla vasta opera del premio Nobel per la letteratura americana Issac Bashevis Singer, estratti dal libro Eterna Treblinka di Charles Pattersons e una serie di lettere di sostenitori ebrei della campagna, tra cui molti sopravvissuti all’olocausto.

Se si intende davvero riflettere criticamente sull’identificazione tra Auschwitz [4] e lo sterminio di animali, come viene condotta dalla PeTA e da Kaplan, allora non si possono considerare metodo e oggetto, forma e contenuto come separati l’una dall’altra. Il problema sta già nel procedimento riduzionistico che per realizzare il paragone prende in considerazione esclusivamente l’aspetto fenomenico dell’olocausto e del massacro di massa degli animali, mentre lascia invece al di fuori di ogni considerazione la loro natura intrinseca.

Se i sostenitori dell’identificazione avessero trattato la domanda “Cosa è stato Auschwitz?” come problema epistemologico, se non avessero strappato il genocidio commesso dai tedeschi dal contesto storico e topografico, se non l’avessero spoliticizzato e diagnosticato come pura miseria etica, allora forse sarebbero stati consapevoli della quasi totale impossibilità di comprendere un oggetto così complesso. Si sarebbero certamente resi conto che esso non può essere trattato in modo adeguato senza uno sguardo più ampio sulla storia dell’antisemitismo, del capitalismo e della modernità. La ormai logora e insopportabile prassi della PeTA e di Kaplan [5] che consta di meri paragoni di immagini, citazioni di “grandi spiriti” e di “testimonianze”, rende evidente che il problema del parallelo tra genocidio nazista e animale non riguarda solo il cosa, ma anche il come.

Poiché però l’identificazione si riduce quasi esclusivamente al fatto di comparare i fenomeni nel loro orrore, la questione delle funzioni svolte dai campi di sterminio e dai macelli è rimasta inindagata. Auschwitz era una fabbrica di morte. Essa aveva lo scopo di produrre morti. Nei lager che i nazionalsocialisti costruirono in Polonia, doveva compiersi la dissoluzione degli ebrei e della loro identità. La misura centrale per il raggiungimento del fine – far scomparire gli ebrei e la loro intera cultura nell’abisso della storia, come se non fossero mai esistiti – era l’annientamento fisico della “razza ebraica”, che i nazisti – come Max Horkheimer e Theodor W. Adorno nella loro Dialettica dell’illuminismo diagnosticarono – non concepivano come una minoranza ma come una “controrazza”, come “colonizzatori del progresso”.[6]

Lo scopo dei macelli e delle fabbriche di animali, al contrario, non è l’eliminazione di un nemico dichiarato, quanto piuttosto di produrre carne per il consumo a partire dai corpi di animali sottomessi brutalmente nel corso dell’intera storia della cultura umana ma, soprattutto, di estrarre plusvalore per il profitto degli imprenditori. Benché l’ideologia del capitalismo quasi si materializzi nella carne – come scriveva lo scrittore americano Upton Sinclair nel 1906 nel suo romanzo naturalistaLa giungla i macelli di Chicago sono “l’incarnazione dello spirito del capitalismo” – il movente economico dello sfruttamento di animali nella società industriale è un aspetto che la PeTA e Kaplan in gran parte occultano.

L’uccisione e la produzione di carne era organizzata già nel primo capitalismo come processo di fabbricazione attentamente calcolato e parcellizzato. La conversione dei macelli in perfette fabbriche di uccisione e produzione di carne cominciò verso la metà del XIX secolo, quando vennero spostati dai centri cittadini alle periferie. Il macello doveva diventare di lì a poco il concetto stesso, il simbolo dell’uccisione istituzionalizzata, della degradazione dei corpi sofferenti a cose. I macelli erano in tal senso, come istituzioni, dei predecessori dei campi di sterminio; il loro perfezionato macchinario di morte offrì alle squadracce omicide naziste il “prototipo”, il know-how per l’annientamento di milioni di uomini. E tuttavia le fabbriche di uccisione degli animali e Auschwitz non stanno in un rapporto causale. A partire dal fatto che l’uccisione di animali fu ottimizzata tecnicamente e istituzionalizzata non segue affatto in modo stringente che circa cent’anni dopo vennero costruite le fabbriche della morte. La “catena di montaggio per la macellazione animale” non condusse inevitabilmente alla “catena di montaggio per la macellazione umana”, come ritiene Helmut Kaplan, così come l’impiego di Bruno Bruckner come portiere in un macello di Linzer non è necessariamente connessa al fatto che abbia in seguito lavorato nel centro di morte di Hartheim.[7]

Le somiglianze fenomeniche tra i campi di sterminio e i macelli si devono al fatto che entrambi – è questo che documenta effettivamente l’album di foto della modernità – sono “istituzioni” che sorsero nel corso o, meglio, dopo l’industrializzazione; questa si accompagna a una reificazione e una de-emotivizzazione dell’uccisione di massa, come Enzo Traverso ha ben messo in luce nel suo saggio “Auschwitz. La modernità e la barbarie”.[8]

La singolarità di Auschwitz consiste nell’inimmaginabile dimensione di uno sterminio di massa pianificato burocraticamente; nel fatto cioè che la mano umana ha trasformato degli uomini per la prima volta in esemplari. Theodor W. Adorno scrisse nella Dialettica negativa :

Poiché nei campi di concentramento moriva non più l’individuo ma l’esemplare, il morire colpisce anche quelli che sono sfuggiti a quella misura. Il genocidio è l’integrazione assoluta, che si prepara ovunque gli uomini vengono omogeneizzati, “addestrati” – come dicono i militari – finché li si estirpa totalmente, deviazioni dal concetto della loro totale nullità”.[9]

L’olocausto viene percepito in rapporto con tutti gli altri crimini che finora sono stati commessi da uomini verso altri uomini ma anche come qualcosa di unico, perché si tratta di un evento storico che – come si esprime lo storico israeliano Moshe Zuckermann – non costituisce “un incidente di percorso, quanto piuttosto il punto culminante di uno sviluppo della civiltà che ha origini lontane nel tempo, che è accaduto nello spazio culturale dell’illuminismo e del progresso, cioè di una modernità che celebra un’accelerazione nell’emancipazione umana dal punto di vista mondiale e storico”.[10]

Parlare di una singolarità dell’olocausto non significa però, come ritiene erroneamente Helmut Kaplan nel suo scritto “Wahrheitsverachtend!”, escludere la ripetibilità di questa catastrofe dell’umanità.[11] Soprattutto i rappresentanti della Scuola di Francoforte hanno continuamente richiamato l’attenzione sul fatto che Auschwitz è stata una caduta nella barbarie che può ripetersi “fino a quando le condizioni che produssero quella caduta continuano ad essere presenti nei loro tratti essenziali”.[12]

L’oppressione, lo sfruttamento e l’uccisione in massa di animali non è un olocausto, non è un atto di annientamento. E il dominio degli uomini sugli animali non è un evento storico limitato nel tempo, quanto piuttosto un epifenomeno dell’intera storia della civiltà. Certo, l’umiliazione e la spersonalizzazione degli uomini è in rapporto con quello degli animali, non da ultimo perché entrambi sono prodotti di una e medesima fase storica – sotto molti aspetti fallita – che chiamiamo “illuminismo” [è il caso di ricordare che l’espressione tedesca Aufklärung non coincide con l’illuminismo storico ma indica – più genericamente – il processo di “rischiaramento razionale”, ovvero, di emancipazione dal mito che comincia già agli albori della civiltà con la nascita delle religioni istituzionali e poi della filosofia e della scienza greca, ndt]. I teorici critici Theodor W. Adorno e Max Horkheimer, che sostenevano una concezione non specista, compresero la reificazione dell’uomo e dell’animale (esseri viventi capaci di sensibilità) come caratteristica strutturale della società non libera; questa illibertà è associata al fenomeno di un doppio dominio della natura: il dominio sulla natura interna e su quella esterna. La storia dei tentativi dell’uomo di soggiogare la natura è quindi anche la storia dell’assoggettamento dell’uomo da parte dell’uomo. Ogni tentativo di spezzare la costrizione naturale in cui la natura viene spezzata conduce quindi solo più profondamente nella costrizione naturale. Il rapporto di dominio Uomo-Animale-Natura è estremamente complesso. Ad esso non si giunge attraverso paragoni superficiali e provocatori di fenomeni (estranei). Esso ha bisogno di analisi più dettagliate (più scientifiche) e di una critica del dominio più ampia.

Non ci sono in alcun modo indizi che la PeTA abbia intrapreso l’equiparazione tra olocausto nazista e animale a partire da moventi antisemiti. Sostenere che dietro di essa ci siano motivazioni “di estrema destra” – come ha fatto qualche tempo fa Jutta Ditfurth [13] – è tanto una ricerca dell’effetto a buon mercato, quanto una sciocchezza rozza e pericolosa, in quanto anche qui attraverso una falsa equiparazione viene minimizzato il pericolo reale – rappresentato dai neonazisti. È anche assurdo attribuire ad un’organizzazione per i diritti animali americana che ha tra i suoi membri e sostenitori molti ebrei l’intenzione di praticare il revisionismo storico e di voler banalizzare il genocidio per discolpare gli assassini tedeschi. Che poi la PeTA – per quanto involontariamente – attraverso una generalizzazione irriflessa ed un inflazionamento della Shoah (processo che in Germania, terra degli assassini, è già iniziato), con ciò apra anche la strada ai relativizzatori dell’olocausto, è un’altra storia.

La campagna è in effetti costruita in modo da sottrarre alla più grande catastrofe umana la sua singolarità. Essa rappresenta una trivializzazione dell’olocausto, ciò che è soprattutto risultato della disinvolta presentazione pubblicitaria del paragone coi campi di concentramento. Come già il consorzio Benetton negli anni novanta anche la PeTA opera apertamente secondo il principio del marketing: è ammesso tutto ciò che suscita notorietà, sciocca e porta pubblicità. Non si presta nessuna attenzione alle “sottigliezze” storiche.

Durante un dibattito sulla campagna svoltosi non molto tempo fa a Colonia il presidente della PeTA tedesca Harald Ullmann si esprimeva spensieratamente così: “Le vittime sono state scambiate. Prima erano gli ebrei, popolo migrante e oggi sono gli animali”.[14] Il lettore potrà decidere lui stesso, se nel caso di simili dichiarazioni dell’organizzazione si abbia a che fare con falsificazioni storiche oppure con una considerevole porzione di ingenuità, se non di vera e propria ignoranza. Ciò potrebbe essere imputato al fatto che la PeTA da sempre preferisce consultare come istanze normative e “esperti” sulle questioni animali le cosiddette “personalità” e le star per adolescenti, piuttosto che critici competenti dei rapporti uomo-animale che lavorano nell’ambiente scientifico o artistico. La “sottile” differenza tra Theodor W. Adorno e Pamela Anderson viene alla luce spietatamente troppo tardi, quando i populisti della PeTA osano avvicinarsi al mostruoso evento storico di Auschwitz.

In che modo superficiale, non scientifico e sopratutto poco serio lavora la PeTA lo indica anche l’uso di una presunta citazione di Theodor W. Adorno che l’organizzazione americana usa come apertura del suo sito: “Auschwitz comincia quando si vede un macello e si pensa: ‘sono solo animali'”. Allo stato attuale della ricerca la “citazione di Adorno” risulta essere un falso [15] e nessuno dei solerti citatori è stato finora in grado di indicarne la fonte. Il presidente della PeTA locale Harald Ullmann non si scompone: in finale nessuno finora è riuscito a dimostrare che il filosofo francofortese non abbia detto quella frase, e questo gli basta a respingere le critiche al modo disonesto di lavorare [16] della sua organizzazione. A parte la mancanza di sensibilità nei confronti del cofondatore della teoria critica (morto nel 1969) è evidente già nel modo in cui la PeTA espone i propri argomenti una provocatoria disinvoltura rispetto ai fatti storici che è sintomatica dell’intera campagna “L’olocausto sul vostro piatto”.

Se da un lato l’organizzazione si ostina nel suo paragone tra olocausto nazista e sterminio di animali, dall’altro sottopone la questione sul come si debba chiamare l’uccisione industriale di animali ad una certa arbitrarietà. Così sul sito della PeTA si legge una risposta allo scrittore e nobel per la pace Elie Wiesel (il quale aveva chiesto all’organizzazione di rinunciare ad usare il concetto di olocausto e di limitarsi a parlare di uccisione di animali) che recita: “gli animali hanno bisogno del nostro sostegno a prescindere dalla semantica. Questa esposizione non è un esercizio di critica letteraria [.] Se la ‘carne è omicidio’ ma non un olocausto, l’omicidio non dovrebbe bastare per farci gridare forte?”

L’essenza della Shoah – così come della millenaria barbarie che gli uomini commettono nei confronti degli animali – non deve essere assoggettata a interpretazioni casuali e arbitrarie o al gusto personale. Il modo in cui nominiamo fenomeni, eventi etc. la “nomenclatura”, può diventare ideologica se, come ha messo in luce Moshe Zuckermann nel suo saggio “Olocausto”, essa si rende autonoma a tal punto che “storia, mondo e realtà – se proprio non vengono ignorati – tuttavia vengono esiliati nell’ambito secondario dell’epifenomeno”. La nomenclatura si muta sempre in ideologia “se qualcosa nel nominato viene estromesso dal suo concetto, ad esempio quando il concetto nominante è rivolto al nominato per interessi eteronomi, in modo tale da affettare la percezione del nominato, cosicché il concetto della percezione viene perciò reso regolarmente irriconoscibile”.[17]

L’occultamento o la messa in silenzio dell’essenza dell’olocausto – attraverso false denominazioni e/o superficiali accostamenti (non solo di immagini) – ha già prodotto “frutti” come il paragone tra Auschwitz e Dresda in cui i devastanti bombardamenti sulla terra dei carnefici (che rientrano nell’ambito delle azioni di guerra) vengono messi in relazione con il sistematico annientamento di massa di milioni di vittime ebree, intendendo, in tal modo, produrre uno smaltimento del crimine collettivo tedesco.

La PeTA ha semplicemente strappato la più grande catastrofe dell’umanità dal suo contesto storico e l’ha utilizzata come manifesto, come eye-catcher , come veicolo per una campagna pubblicitaria. Una misura di appoggio del sito-internet è una azione di attacchinaggio con immagini di mattatoi e lager – definita dalla PeTA eufemisticamente “mostra” – che viaggia per le metropoli americane e europee. La maggioranza delle foto della Shoah provengono dal United States Holocaust Memorial Museum di Washington la cui direzione ha revocato l’autorizzazione all’utilizzo delle medesime dopo essere venuta al corrente del modo in cui e del fine per cui la PeTA le utilizzava. Chi prende immagini dei campi di sterminio dagli spazi documentari dei musei, chi deforma la loro missione – ovvero il chiarimento ampio sulle cause e sul corso degli eventi, sugli assassini e sulle vittime dell’olocausto – chi attraverso la messa in mostra scandalistica profana quelle immagini e con ciò “deruba” la cultura della memoria e il lavoro del lutto delle vittime superstiti, deve confrontarsi alla fine con l’accusa di avere strumentalizzato in modo eteronomo l’olocausto.

Auschwitz non sta sulla spiaggia di Malibu ma nemmeno sui nostri piatti. È stata una fabbrica di morte tedesca, costruita da bande di assassini tedeschi sul suolo polacco. La PeTA ha rielaborato secondo i mezzi dell’industria culturale l’olocausto e lo sterminio degli animali, e con ciò promosso uno sviluppo che reifica l’orrore riducendolo a una merce standardizzata. La Shoah viene, nella migliore delle ipotesi, messa in fila tra la gamma dei prodotti: nelle città si mostrano foto enormi di montagne di cadaveri vicino a manifesti pubblicitari per il formaggio fresco Almette, per gli assorbenti Carefree e la Diet-Cola; alla fine la campagna pubblicitaria della PeTA mostra di non essere altro che un triste prodotto di scarto delle forze integrative del capitalismo avanzato. Chi “ordina” l’orrore dell’olocausto riceve il prodotto PeTA, garantito, e in aggiunta facili soluzioni contro il millenario dominio violento dell’uomo sugli ultimi degli ultimi. Il minimo che il consumatore può fare – dice la PeTA – per “fermare l’olocausto degli animali” è intraprendere uno stile di vita vegetariano. Ovviamente c’è anche un numero di telefono dove si può ordinare il “vegetarian starter kit”. Se si cercasse una spiegazione su come la PeTA riesca a far quadrare il cerchio: ovvero sedersi al tavolo assieme a chi commette “l’olocausto” nei confronti degli animali per chiedere migliori condizioni per le vittime – cioè cooperare con i “nazisti” – si cercherebbe inutilmente sul sito Masskiling.

Note
1. Oltre al sito americano www.masskilling.com è consultabile anche la versione tedesca (www.Massenvernichtung.info) che in alcuni punti si discosta dall’originale.
2. Traduzione nostra.
3. Cfr. www.tierrechte-kaplan.org/kompendium/a170.htm
4. Auschwitz qui viene utilizzata come pars pro toto dell’olocausto.
5. È già curioso che l’arringa di settanta pagine di Kaplan in favore del paragone olocausto-mattatoio [„Wahrheitsverachtend! Die Kritik an PeTAs Holocaust-Vergleich ist gefährlicher Unsinn“] sia costituito per più del 50% da una giustapposizione di “famose” citazioni-standard di “grandi personalità” – così le chiama l’autore – come Leonardo da Vinci, Leone Tolstoi etc. (cfr. www.tierrechte-kaplan.org/kompendium/a254.htm).
Ma in che modo, ad esempio, l’affermazione di Albert Einstein „nulla potrebbe migliorare le chance di sopravvivenza sulla terra quanto il passaggio ad un’alimentazione vegetariana“ costituisca un argomento stringente per l’equiparazione dei mattatoi animali e di Treblinka, l’autore non lo rivela al lettore. Nel suo testo “Animali ed ebrei” Helmut Kaplan afferma che in definitiva il paragone non viene utilizzato “da qualche svitato irrazionale o demagogico”, ma da ebrei. “Proprio coloro che conoscono l’orrore dei campi di concentramento dalla propria esperienza hanno sempre fatto riferimento alla fondamentale somiglianza tra i campi di concentramento umani e animali” scrive Helmut Kaplan per farci riflettere e aggiunge, per sostenere la sua tesi, “l’opinione convinta” (come se Auschwitz fosse stata un istituto educativo), cioè una citazione, di Isaac B. Singer (www.tierrechte-kaplan.org/kompendium/a170.htm).
Lo scrittore Isaac B. Singer ha lasciato l’Europa nel 1935 ed è emigrato negli USA. Non è mai stato detenuto in un campo di concentramento.
6. Cfr. Max Horkheimer, Theodor W. Adorno, Dialektik der Aufklärung , Frankfurt a.M. 1992, pp. 177sgg.
7. Cfr. www.tierrechte-kaplan.org/kompendium/a254.htm.
8. Cfr. Enzo Traverso, “Auschwitz. Die Moderne und die Barbarei”, in Sozialistische Zeitung , n. 25, 7. Dezember 2000, pp. 7 sgg.
9. Theodor W. Adorno, Negative Dialektik , Frankfurt a.M. 1975, p. 355.
10. Moshe Zuckermann, Gedenken und Kulturindustrie. Ein Essay zur neuen deutschen Normalität , Berlin u. Bodenheim b. Mainz 1999, p. 92.
11. Simili posizioni erano finora state difese esclusivamente da storici di area conservatrice, come ad esempio Ernst Nolte, che ha interpretato l’olocausto come fenomeno epocale, come “incidente” irripetibile.
12. Theodor W. Adorno, “Erziehung nach Auschwitz”, in Id., Erziehung zur Mündigkeit , Frankfurt a.M. 1971, p. 88.
13. Ditfurth difende – come la maggior parte dei critici della campagna PeTA – una posizione sciovinista-specista. Come lei stessa ebbe modo di dire nella trasmissione Polylux su ARD (12 gennaio 2004), ciò che la disturba e muove la sua critica non è la destoricizzaione, il misconoscimento e la storpiatura dell’essenza della Shoah quanto piuttosto – essendo una sostenitrice della macellazione animale e del consumo di carne – il fatto che la sofferenza umana venga paragonata a quella animale.
14. Harald Ullmann, Tagung sulla campagna PeTA, Colonia, 4. März 2004.
15. Si può presumere che l’autore l’abbia tratto dall’aforisma “Gli uomini ti guardano” di Minima moralia , in cui Adorno denuncia la reificazione dell’uomo nella “società repressiva” che si compie attraverso “proiezioni patiche”. Questo atto di disumanizzazione conterrebbe “già la chiave per il pogrom”. In questo aforisma non si parla certo di mattatoi ma almeno si trova qualcosa di simile all’aforisma citato (“è solo un animale”).
16. Per non parlare del pressapocchismo con cui si aggirano le regole essenziali e universalmente riconosciute nel modo di citare le fonti; porre fine a questo è in definitiva il presupposto fondamentale per avere delle pubbliche relazioni credibili.
17. Il saggio è ancora inedito. Apparirà nel prossimo volume di “Historisch-kritischen Wörterbuch des Marxismus”, Wolfgang Fritz Haug.



This entry was posted on martedì, aprile 12th, 2016 at 13:02 and is filed under General. You can follow any responses to this entry through the RSS 2.0 feed. Both comments and pings are currently closed.