Vampiri e vegani. Linguaggio, ecopedagogia e prassi – di D. Del Principe

 

Dal numero 21 di Liberazioni:

Their voices when they scream, well they make no sound. (1)

Che cosa hanno in comune i vampiri, che consumano sangue e carne [flesh], e i vegani, che non consumano il sangue e la carne [flesh] di nessun essere? In che modo le loro abitudini alimentari riflettono il carnivorismo della società contemporanea e ne preannunciano l’apocalisse ambientale? In questo saggio, esploro come vampiri e vegani siano diventati siti di segnalazione dell’evoluzione delle pratiche di consumo di carne [flesh] e di
come oggi le discusse nozioni di “carne macellata” [meat] e di “carne vivente” [flesh] (2) ci permettano di comprendere il futuro del veganismo etico. Farò ricorso a un approccio ecogotico per analizzare come vampirismo e consumo di carne [flesh] nei due più noti romanzi sui vampiri del XIX e del XXI secolo, Dracula di Bram Stoker (1897) e Twilight di Stephanie Meyer (2005), contribuiscano a una migliore comprensione, nella società attuale, delle identità di specie fluttuanti, del carnivorismo, del cannibalismo e del veganismo (3). Esaminerò inoltre nuove forme di carnivorismo – ciò che ho definito il “vegetarismo carnivoro” di Twilight e il “carnivorismo vegetariano” della carne [meat] in vitro – come aspetti correlati di una reazione culturale di resistenza alla crescita del pensiero antispecista e, più in particolare, allo sviluppo dei Critical Animal Studies (CAS) (4) e al riconoscimento della comunanza tra animalità umana e animalità non umana (5). Grazie a una lettura non antropocentrica del consumo di carne [flesh] da parte dei vampiri, discuterò la tesi secondo cui il veganismo si venga a trovare al centro di un bivio ideologico, un bivio dove i vegani dovrebbero mettere in discussione e politicizzare «il linguaggio di cui fanno uso al fine di non ricadere all’interno della cultura egemonica», obbligando la società specista a confrontarsi con la sofferenza degli animali mascherata dietro termini arbitrariamente carnivori come “carne” e “vegan” (6). Sosterrò che tale prassi potrebbe contribuire a un rinnovamento ideologico del veganismo, innescando un cambiamento culturale, promuovendo un linguaggio che “riarticoli” i corpi degli animali non umani precedentemente dis-articolati per essere trasformati in carne (7). Con questo saggio, inoltre, intendo schierarmi tra le fila degli studiosi-attivisti dei CAS impegnati nella promozione di una politica emancipazionista per tutti gli esseri, non solo nella società in generale, ma anche all’interno delle istituzioni universitarie, dove gli animali non umani sono regolarmente sfruttati come cibo e oggetti di ricerca e ignorati come soggetti rilevanti a fini accademici e curricolari (8). La mia esperienza nel campo dell’istruzione universitaria, dove l’opposizione all’oppressione comprende, ad esempio, la lotta contro il sessismo… [Continua a pagina 38 della rivista]

(1) Per le note al testo, questa e le successive, si veda il pdf della rivista.



This entry was posted on mercoledì, marzo 30th, 2016 at 12:31 and is filed under General. You can follow any responses to this entry through the RSS 2.0 feed. Both comments and pings are currently closed.